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Tabudoping.it si rivolge a tutti gli sportivi ed incentiva a fare sport ad alti livelli senza ricorrere al doping.
Ideato da Maurizio Marchetti (Patrocinio del ministero della Salute al Progetto Maglia Etica Antidoping).
Ex ciclista professionista, vuole imporsi nella rete anche come punto di riferimento per chi si avvicina per la prima volta allo sport professionistico.
Progetto: La scuola unico antidoto al doping - Articoli Maglia Etica Antidoping
Il Curriculum di Maurizio Marchetti

 


 

 

 

  by Maurizio Marchetti

 

Archive for 'Prevenzione'

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Rapporti tecnici

Materiali di diffusione e divulgazione

 

Indagini conoscitive

Studi di efficacia

Tematiche specifiche

Gli effetti collaterali (parte 2)

Tabella 1 Effetti collaterali sul S.N.C. degli stimolanti

Altre categorie di sostanze dopanti che determinano effetti sulla psiche sono rappresentate da:

  • beta-bloccanti: in grado di provocare depressione, allucinazioni, confusione, incubi e disturbi del sonno;
  • cannabis sativa e indica che può generare irritabilità, alterazione capacità di giudizio, attacchi di panico, ansia, e ad alte dosi episodi psicotici
    di natura paranoie o schizofrenica.

La categoria più significativa è però rappresentata dagli steroidi anabolizzanti: infatti, il ricorso a questo tipo di sostanze dopanti è quello
maggiormente praticato, a tal punto da assumere dimensioni di preoccupante vastit

Di seguito si riporta una panoramica dei disturbi della sfera psicologica documentati in letteratura, con particolare attenzione a quelli correlati agli
steroidi anabolizzanti.

  • Allnutt (1994)
    riporta il caso di un giovane bodybuilder che dopo due anni di assunzione di testosterone, ha notato inizialmente un aumento della propria aggressivit
    ed agitazione. Due mesi dopo è caduto in una profonda depressione. Il quadro sintomatologico evidenziava la presenza di: insonnia, risveglio precoce
    nelle prime ore del mattino, scarso appetito, marcata diminuzione del peso corporeo, scarsa motivazione e idee di suicidio che si accompagnavano a
    pensieri paranoidi e a sensazioni deliranti. L’Autore ipotizza l’interferenza degli steroidi anabolizzanti sull’asse ipotalamo-ipofisi con conseguente
    azione sui recettori degli ormoni sessuali con il risultato di resistenze al trattamento con antidepressivi.
  • Per quanto riguarda l’uso di agenti dopanti in età adolescenziale, alcuni Autori (Kindlundh e collaboratori (1999); Nilsson e collaboratori, 2001; Kirkcaldy e collaboratori, 2002) hanno cercato di investigare la
    frequenza, l’età e soprattutto la sfera psicologica dei giovani sportivi, attraverso l’approccio del questionario anonimo.

I risultati di tali studi, rivelano la preoccupante realtà di una disturbata sfera comportamentale dei numerosi adolescenti che fanno uso di steroidi
anabolizzanti (AAS).

  • Burnett e Kleiman (1994)
    hanno evidenziato, attraverso uno studio comparativo tra atleti che fanno regolarmente uso di steroidi anabolizzanti (AAS) e coloro che non ne fanno
    uso, che l’assunzione di AAS è correlata, tra le altre cose, alla comparsa di stati depressivi, di ansia e, in generale, a disturbi comportamentali.
  • Fudala e collaboratori (2003)
    riferiscono sette casi di persone che fanno uso di steroidi anabolizzanti autosomministrati, valutandone gli effetti psicologici e psichiatrici. In
    presenza di una anamnesi negativa per patologie di natura psichiatrica, gli Autori riportano la comparsa, durante il periodo di osservazione di stati
    depressivi, fobie, distimia, ansia, anedonia, aumento dell’aggressività e dell’impazienza, indifferenza verso gli altri. Fudala et al. (2003) non
    escludono, però che l’insorgenza di effetti collaterali di natura psicologica in chi fa uso di AAS, possa essere generata o amplificata dalla presenza
    di qualche cofattore esterno (eventi accidentali, uso di droghe).
  • Kindlundh e collaboratori (1999)
    attribuiscono la comparsa di disturbi psicologici di varia natura alle singole personalità dei soggetti che fanno uso di AAS.

Gli Autori riportano infatti che, tali disturbi possono comparire sotto forma di ansia, depressione, manie, psicosi, irritabilità, ostilità, aggressivit
e, persino, amnesia, schizofrenia, e comportamenti violenti.

  • Midgley e collaboratori (2001)
    hanno condotto uno studio sperimentale su un gruppo di atleti che fanno abitualmente ricorso a steroidi anabolizzanti (AAS), sottoponendoli a test
    psicometrici e confrontando i risultati con un gruppo di controllo. Le conclusioni, però, non sono univoche: Infatti, da un lato confermano che i
    consumatori di steroidi anabolizzanti hanno un minor controllo della propria aggressività rispetto al gruppo di controllo, mentre dall’altro
    sottolineano la necessità di studi sperimentali atti a stabilire se sia l’uso di steroidi a rendere aggressivi o se, invece, le persone aggressive
    siano attratte dall’uso di steroidi.
  • Pagonis e collaboratori (2005)
    hanno condotto uno studio su una coorte di 320 body-builders, a livello amatoriale-dilettantistico, suddivisa in tre sottogruppi: 160 facevano uso di
    steroidi anabolizzanti, 80 placebo, 80 non facevano uso di sostanze. Al campione sono stati somministrati test psicometrici dai quali è emerso una
    differenza statisticamente significativa tra il gruppo che faceva uso di steroidi e i due gruppi che non ne facevano uso, nella comparsa di effetti
    collaterali di natura psichica. I risultati, infatti, mettono in evidenza l’intensificarsi della comparsa di effetti psicopatologici quali aggressione
    ed ostilità nei body-buiders che utilizzavano AAs. Tale studio, inoltre, rileva come la molteplicità delle modificazioni psicologiche subite dai
    consumatori di AAS sia attribuibile alla varietà, al tipo, alle combinazioni , alle dosi e alla durata di tali sostanze.
  • Gallimberti e collaboratori (2004)
    documentano che i meccanismi d’azione a livello cerebrale degli steroidi anabolizzanti insieme ad altre sostanze come gli stimolanti si esplicano
    nell’aumento di dopamina cerebrale, con coinvolgimento del sistema dopaminergico di ricompensa (Reward System). Le sostanze d’abuso, tra cui il doping,
    finiscono con l’attivare questo sistema ritenuto il substrato neurobiologico più importante nell’indurre e nel mantenere gli stati di abuso/dipendenza.

Gli Autori evidenziano inoltre il fatto che l’uso di sostanze dopanti da parte di alcuni sportivi possa assumere le tipiche connotazioni di una
tossicodipendenza e, in quanto tale, sia determinato dalla commistione di fattori neurobiologici e psicopatologici.

  • Sotto l’aspetto comportamentale, come riportano Gallimberti e collaboratori (2004), il ricorso a sostanze d’abuso e l’estremizzazione
    in tossicodipendenza è riferito, anche se in modo forse riduttivo, al “rinforzo positivo che una determinata sostanza è in grado di associare ad un
    determinato comportamento”.
  • Dal punto di vista psicodinamico, sono numerosi i fattori che potrebbero spiegare il ricorso dell’uomo all’uso di sostanze. Kindlundh e collaboratori (2001), hanno preso in considerazione che uno dei tratti che si riscontra più frequentemente negli sportivi
    è la bassa autostima. E’ proprio in una bassa autostima che si possono ricercare le motivazioni di approcci sbagliati al mondo sportivo da parte di
    adolescenti e giovani.
  • Uzych (1992), Bahrke e Yesalis (2004) e Maravelias e collaboratori (2005)
    nell’affrontare gli effetti collaterali dovuti all’assunzione di AAS, documentano, in coloro che ne fanno uso, lo sviluppo di aggressività,
    fluttuazione del tono dell’umore, sintomi psicotici, paranoia e, in caso di sospensione, depressione.
  • Levandowski e collaboratori (1991)
    aggiungono anche la comparsa di una sensazione di invulnerabilità da parte del soggetto consumatore di AAS.
  • Kam e Yarrow (2005)
    documentano che l’utilizzo di AAS può favorire l’insorgenza di cambiamenti del tono dell’umore nel 48% dei soggetti che ne fanno uso e nel 5% dei casi
    sviluppo di mania o ipomania. Inoltre, in accordo con quanto precedentemente detto, esisterebbe una correlazione tra atteggiamento violento,
    antisociale e abuso di AAS.
  • Galligani e collaboratori (1996)
    evidenziano il crescente ricorso da parte di giovani atleti a steroidi anabolizzanti (AAS), hanno condotto uno studio sperimentale attraverso la
    somministrazione di un questionario anonimo a 70 bodybuilders. All’interno del gruppo, sono stati selezionati tre sottogruppi costituiti da consumatori
    abituali di steroidi anabolizzanti, soggetti che ne hanno fatto uso in passato e che non ne hanno mai fatto uso. Con lo scopo di esaminare i profili
    psicologici dei tre gruppi di atleti, gli Autori concludono riferendo che i consumatori abituali di steroidi anabolizzanti presentavano i punteggi più
    alti, rispetto agli altri due gruppi, per quanto riguarda il livello di aggressione verbale, paventando l’ipotesi che la somministrazione e ancor più
    l’autosomministrazione di AAS in dose massicce e per lunghi periodi di tempo possa indurre cambiamenti psicologici secondo meccanismi neurobilogici e
    suggerendo una stretta relazione funzionale tra gli androgeni e il meccanismo centrale della serotonina, come ragione degli effetti degli AAS sulla
    personalità.
  • Si cita ad esempio il fatto che negli Stati Uniti gli adolescenti che fanno uso di steroidi anabolizzanti prestano una elevata incidenza di
    comportamenti ad alto rischio, quali: guida in stato di ubriachezza, necessità di indossare sempre una pistola, mancato utilizzo del casco in moto, uso
    di altre sostanze illecite.

L’aspetto psicologico di più estrema entità correlato all’assunzione di steroidi anabolizzanti è rappresentato dal tentativo di suicidio. Al proposito, si
cita l’analisi condotta da Thiblin e collaboratori (1999), su otto casi di suicidio di individui maschi tra i 21 e i 33 anni, accomunati
dall’uso continuativo o discontinuo di steroidi anabolizzanti. Gli Autori, confermando che l’uso prolungato di steroidi anabolizzanti determini problemi di
natura psichica, che possono variare da perdita di controllo, a stati d’ansia, stati depressivi o maniacali di grave entità, sottolineano come questi
possano sfociare in tentativi di suicidio, nel caso di soggetti predisposti.


Altri possibili effetti collaterali

Il ricorso all’uso di sostanze illecite, come il doping, può presentare rischi che spesso vengono sottovalutati o meglio non considerati possibili da chi
ne fa uso. La letteratura scientifica riporta, oltre agli effetti collaterali sul sistema cardiovascolare e sul sistema nervoso centrale gia citati in
precedenza, altre complicazioni quali: traumatismi, epatotossicità, rischio di contrarre infezioni, e possibile insorgenza di neoplasie. Per comprendere
quanto questi rischi non possano essere sottovalutati si riportano alcuni studio al riguardo, raggruppati in tre grandi categorie.

TRAUMATISMI ASSOCIATI AL DOPING

La letteratura scientifica presente sull’argomento riporta la presenza di infortuni muscolotendinei molto gravi che vengono posti in relazione
all’assunzione di steroidi anabolizzanti. Il dato che deve far riflettere è la rarità degli infortuni in giovani atleti.

1991 Laseter e collaboratori
evidenziano il fatto che gli steroidi anabolizzanti associati con l’esercizio fisico possano indurre patologie a carico dei tendini. Avendo condotto
sperimentazioni su animali di laboratorio che esulano dalla presente trattazione, ma che hanno evidenziato una alterazione delle fibre di collagene legata
al consumo di steroidi anabolizzanti, gli Autori invitano a prestare particolare attenzione alla rottura spontanea di tendini in atleti che hanno assunto
grandi dosi di steroidi anabolizzanti.

1994 David
descrive il caso di un body-builder di 32 anni che ha riportato la rottura simultanea del tendine del muscolo quadricipite. Per dieci anni ha fatto uso di
diverse sostanze illecite, compresi gli steroidi anabolizzanti, per aumentare il fisico e la performance atletica. La rottura simultanea dei tendini è
rara; di solito è una patologia che di norma colpisce persone anziane obese, diabetiche o persone di 30-50 anni con insufficienza renale cronica o
iperparatirodismo. Gli autori ipotizzano alla luce degli studi effettuati su animali da esperimento che la causa sia da ricondurre all’uso degli steroidi
anabolizzanti che determinano modificazioni strutturali tessuto connettivo.

1995 Liow e Tavares
descrivono la rottura simultanea dei tendini del muscolo quadricipite. Escludendo condizioni generalizzate predisponenti quali: insufficienza renale
cronica, iperparatiroidismo in soggetti giovani o diabete e obesità in soggetti anziani, gli Autori concordano che probabilmente la rottura del tendine sia
da correlare con l’ingestione di steroidi.

1995 Freeman e Rooker
sottolineano che l’aumento della forza muscolare non significa automaticamente un pari incremento della robustezza del tendine:questo equivale a dichiarare
una predisposizione alla rottura tendinea. Laseter e Russell suggeriscono che l’utilizzo di steroidi anabolizzanti in associazione con esercizio fisico
potrebbe portare a displasia delle fibre collagene con diminuzione della forza del tendine. Questo case report suggerisce che la combinazione tra esercizio
fisico ed uso di steroidi anabolizzanti porta a distruzione del tessuto connettivo.

2001 Csizy M e Hintermann B.
riportano il caso della rottura del tendine di Achille in seguito ad un’iniezione locale di steroidi.

2003 Battista e collaboratori
documentano la rottura bilaterale del tendine di Achille in un body builder di 35 anni. Il soggetto aveva riferito, di aver fatto uso di androstenediolo.
circa un mese prima dell’incidente

DOPING POSSIBILE CAUSA DI NEOPLASIE

In questa categoria vengono presentati gli studi che hanno riportato casi di neoplasie correlate all’uso di sostanze dopanti.

Si ritiene che tali informazioni siano estremamente importanti e si auspica che invitino alla riflessione i giovani atleti che spesso, con troppa
superficialità, ricorrono a sostanze illecite.

1999 Froehner e collaboratori
documentano la presenza di una neoplasia testicolare (leiomiosarcoma) in un atleta di 32 anni che aveva sistematicamente fatto uso di steroidi per un
periodo di cinque anni. Gli Autori ipotizzano il possibile ruolo giocato dagli steroidi nello sviluppo di tale tumore e invitano a sorvegliare gli atleti
che hanno fatto uso di alte dosi di steroidi.

2000 Nakao e collaboratori
riportano il caso di un adenoma epatico multiplo diagnosticato in una giovane donna di 20 anni che per sei anni è stata farmacologicamente trattata con
steroidi anabolizzanti per curare l’anemia aplastica di cui era affetta. Gli Autori ipotizzano che il trattamento farmacologico a base di steroidi abbia
giocato un ruolo importante nell’insorgenza della neoplasia (benigna).

2005 Socas e collaboratori
riportano la possibile correlazione tra abuso di steroidi anabolizzanti ed insorgenza di patologia neoplastica in due body builders.

Il primo di 35 anni ha fatto uso di steroidi (sia per via orale sia per iniezione) per circa quindici anni senza accusare nessun disturbo. Sottoposto a
visita medica e ad accertamenti ematici gli viene riscontrato: un’epatomegalia (aumento del fegato), una alterazione dei parametri epatici (transaminasi) e
la negatività per il virus dell’epatite B e C. A seguito di un’ecografia epatica con biopsia gli viene diagnosticata la presenza di un adenoma epatico.

Il secondo caso riguarda un giovane atleta di 23 anni che aveva fatto uso di grandi quantità di steroidi anabolizzanti ed aveva presentato, circa sei mesi
dopo, diversi disturbi fisici. Gli esami di laboratorio hanno evidenziato alterazioni epatiche (aumento delle transaminasi), alterazioni renali (aumento
della creatinina e dell’azotemia) e alterazioni elettrolitiche; la risonanza magnetica ha mostrato un’epatomegalia e la presenza di un adenoma epatico.
L’adenoma epatico non è un tumore maligno, ma essendo molto vascolarizzato per la presenza di numerosi capillari, può andare incontro a rottura e
susseguente emoperitoneo, per questo motivo spesso necessita di intervento chirurgico.

Gli Autori concludono il presente lavoro correlando l’insorgenza di adenoma epatico con l’ingente assunzione di steroidi anabolizzanti.

DOPING POSSIBILI COMPLICAZIONI

In questa sezione, si vuole evidenziare come gli effetti collaterali dovuti al doping possano coinvolgere diversi organi ed apparati del corpo umano. A
tale scopo, si propongono i casi più significativi riportati in letteratura.

1994 Yoshida e collaboratori
descrivono il caso di un giovane sollevatore di pesi di 26 anni che, in seguito all’uso di stanozololo (steroide anabolizzante), ha presentato una grave
disfunzione epatica e un’insufficienza renale acuta. Gli accertamenti sanitari condotti hanno evidenziato: aumento della creatinina e della birilubina, la
biopsia epatica ha mostrato aree di degenerazione epatocitaria e fibrosi. Gli Autori associano l’assunzione di stanozololo allo scatenarsi del quadro
clinico nel giovane atleta.

1994 Wemyss-Holden e collaboratori
hanno studiato la possibile relazione tra abuso di steroidi anabolizzanti ed alterazione a livello del tratto urinario. Sono stati riscontrati, in un body
builder amatoriale di 49 anni, un aumento del volume prostatico, riduzione del flusso di urina e alterazione dello svuotamento. Gli Autori sottolineano la
necessità di approfondire tali conoscenze.

1995 Widder e collaboratori
riferiscono la presenza di endoftalmite da candida albicans dopo abuso di steroidi anabolizzanti, in giovane atleta di 24 anni. Esclusi i fattori di
rischio quali HIV, stato immunosoppresso, terapie immunosoppressive e utilizzo di droghe per via endovenosa, gli Autori hanno ipotizzano il ruolo degli
steroidi nella comparsa del quadro clinico anche se definiscono comunque poco chiaro il meccanismo.

1999 Rich e collaboratori
hanno notato, nella letteratura scientifica presente, una possibile correlazione tra uso di steroidi anabolizzanti e complicazioni di tipo infettivo. I
risultati ottenuti hanno messo in evidenza che tale evenienza non può essere esclusa in quanto sono stati riscontrati in atleti che facevano uso per via
intramuscolare : sia infezione da HIV (virus dell’immunodeficienza acquisita), HCV (epatite C), HBV (epatite B) per scambio di siringhe, che formazione di
ascessi di natura batterica (stafilococchi e pseudomonas) nelle sedi di iniezione.

2001 Pavlatos e collaboratori
nel loro articolo prendono in esame le conseguenze fisiche dovute all’assunzione di uno steroide anabolizzante (oxymetholone). L’ittero colestatico risulta
essere l’effetto collaterale più presente dovuto all’assunzione di tale farmaco, inoltre l’epatossicità è maggiore se preso per via orale e lo sviluppo di
peliosi epatica, assai rara, non è da escludere.

2002 Stimac e collaboratori
presentano il caso di un giovane body builder di 26 anni che in seguito all’assunzione di alte dosi, per via intramuscolare, di steroidi anabolizzanti
aveva presentato un quadro clinico di tossicità epatica tale da richiedere il ricovero in ospedale. I risultati degli esami di laboratorio hanno rilevato:
un aumento delle transaminasi (GOT/GPT), della birilubina, della ferritina in assenza di positività per i test dell’epatite. Negative si sono rilevate
l’ecografia e la Tac, ma la biopsia epatica ha evidenziato un’infiammazione portale con presenza di aree di necrosi (morte) epatocitaria. Gli Autori
concludono affermando che in assenza di altre cause di danno al fegato il quadro clinico è da ricondurre alle alte dosi di steroidi.

2003 Urhausen e collaboratori
hanno valutato l’andamento di alcuni parametri biochimici in atleti che facevano uso di steroidi anabolizzanti rispetto a quelli di atleti che avevano
smesso di farne uso. Dai risultati ottenuti su un campione di 32 body builder e sollevatori di pesi (17 “dopati”- 15 “ex dopati”) appare evidente che
coloro che continuavano a fare uso di steroidi registravano aumenti delle piastrine, dell’emoglobina, dell’ematocrito, di leucociti, bassi livelli di HDL
(fattori favorenti patologie cardiovascolari), inoltre si registrava aumento delle transaminasi ed alterazioni delle concentrazioni ormonali (testosterone,
estradiolo, LH, FSH) rispetto a coloro che non ne facevano più uso.

2005 Maravelias e collaboratori
nel prendere in rassegna la letteratura di riferimento sottolineano gli effetti collaterali a livello del fegato in seguito dell’assunzione di steroidi
anabolizzanti. In particolare si hanno: aumento degli enzimi epatici (transaminasi), ittero (aumento della birilubina nel sangue) colestatico , possibile
sviluppo di tumori e in rari casi epatite.

2005 Belli e Vanocore
hanno investigato nel loro studio le cause di mortalità in 24000 giocatori di calcio italiani dal 1960 al 1996. I risultati ottenuti evidenziano un alto
rischio per sclerosi laterale amiotrofica (SLA). Nonostante, in letteratura, non sia chiara l’associazione tra questa malattia e lo sport, gli Autori
suggeriscono una possibile correlazione tra utilizzo di sostanze dopanti per aumentare la performance sportiva, supplementi dietetici e sviluppo di SLA.

2005 Moor e Khan
riferiscono per la prima volta la comparsa di un laringocele (estroflessione della mucosa) in un body builder di 36 anni che aveva fatto uso di steroidi
anabolizzanti e ormone della crescita. Il soggetto per la risoluzione dei disturbi presentati (raucedine e difficoltà respiratorie), si è sottoposto
inizialmente a trattamento farmacologico e in seguito ad intervento chirurgico endoscopico.

2006 Bates e Baylis
riportano il caso clinico di un giovane body builder, il quale ha necessitato di ricovero ospedaliero per gli effetti collaterali riportati dal consumo di
efedrina (stimolante) e sertralina (antidepressivo con azione di potenziare la sensazione di sazietà con conseguente perdita di peso). L’atleta ha
presentato una rabdomiolisi (necrosi delle cellule del muscolo) e una tossicità epatica, gli Autori riconducono all’uso contemporaneo delle sostanze il
quadro clinico.

FONTE: Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul Doping e per
la tutela della salute nelle attività sportive.

Gli effetti collaterali (parte 1)

Patologie cardiovascolari causate dal doping

Le malattie cardiovascolari sono responsabili di una morte su tre nel mondo e di una su due nei paesi occidentali. Per il 2020, infatti, gli esperti dell’OMS prevedono un aumento di 250000 morti l’anno per le malattie legate al cuore anche nei paesi in via di sviluppo. Secondo i più recenti dati, sempre fonte OMS, nei paesi occidentali le malattie cardiovascolari sono responsabili del 50% delle morti, pari a 17 milioni ogni anno.
I principali fattori di rischio a livello individuale e collettivo sono: il fumo di tabacco, la ridotta attività fisica, gli elevati livelli di colesterolemia e di pressione arteriosa ed il diabete mellito; la presenza contemporanea di due o più fattori moltiplica il rischio di andare incontro alla malattia ischemica del cuore e agli accidenti cardiovascolari. Per contrastare sia le malattie cardiovascolari sia quelle cerebrovascolari, è molto importante intensificare gli sforzi nella direzione della prevenzione primaria e secondaria, attraverso:
– la modificazione dei fattori di rischio quali fumo, inattività fisica, alimentazione errata, ipertensione, diabete mellito;
– il trattamento con i farmaci più appropriati.
– sorveglianza degli eventi acuti.
L’obiettivo adottato nel 1999 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per gli Stati dell’Europa per l’anno 2020 è quello di una riduzione della mortalità cardiovascolare in soggetti al di sotto dei 65 anni di età pari ad almeno il 40%.
Come evidenziato dal piano sanitario nazionale 2003-2005 è importante fare attività fisica poiché riduce il rischio di patologie cardiovascolari ma nel contempo bisogna avere abitudini e stili di vita sani che assolutamente non possono comprendere il ricorso a sostanze dopanti. Infatti, come di seguito documentato, si può notare che l’utilizzo di tali sostanze illecite possa far aumentare notevolmente il rischio di patologie cardiovascolari.

 

1995 Melchert e Welder nell’affrontare lo studio degli effetti cardiovascolari dovuti all’uso di steroidi anabolizzanti, visionando la letteratura scientifica, ipotizzano quattro possibili meccanismi con cui tali sostanze inducono patologie cardiovascolari: meccanismo aterogenico (anormalità del metabolismo dei lipidi), trombotico (alterazione della coagulazione del sangue), vasospatico (disfunzione della parete dei vasi sanguigni) e meccanismo diretto sul cuore (distruzione di cellule miocardiche, sviluppo di fibrosi).

1997 Cockings e Brown riportano il caso clinico di un giovane di 25 anni che aveva assunto per via endovenosa psicostimolanti (efedrina). Il giovane ha necessitato di ricovero ospedaliero e, in seguito ad accertamenti di laboratorio e strumentali (ecocardiogramma e ecocardiografia), gli è stato diagnosticato infarto postero-laterale. Gli Autori sottolineano il ruolo determinante giocato dall’efedrina nell’indurre infarto del miocardio.

1997 Falkenberg e collaboratori riferiscono la storia di due body builders di 27 e 37 anni che avevano presentato episodi di trombosi artereriosa periferica. I due atleti hanno fatto uso di steroidi anabolizzanti per lunghi periodi di tempo e gli Autori ipotizzano una correlazione diretta con tali quadri clinici, in quanto gli steroidi anabolizzanti interagiscono sui processi coagulativi.

1998 Welling e collaboratori documentano i possibili rischi in seguito al consumo di eccessive quantità di anfetamine. Gli Autori riportano la storia clinica di due giovani con storia di abuso di anfetamina che non presentavano fattori predisponenti lo sviluppo di aneurisma. In seguito a problemi fisici e controlli effettuati tutte e due i soggetti hanno presentato multipli aneurismi viscerali. Gli Autori sospettano fortemente ed ipotizzano il possibile ruolo giocato dal consumo di alte dosi di anfetamine nello sviluppare tali patologie.

1999 Sullivan e collaboratori  riferiscono il quadro clinico di un giovane body builder di 22 anni che ha necessitato di cure urgenti a causa di una fibrillazione atriale. Dopo visita medica il giovane, prima ha negato l’assunzione di qualsiasi tipo di sostanza illecita e poi ha confessato l’utilizzo di steroidi anabolizzanti per via intramuscolare. Gli Autori invitano a portare particolare attenzione agli effetti collaterali che possono scaturire dall’assunzione di tali sostanze.

2000 McCarthy e collaboratori descrivono eventi trombotici verificatisi in due giovani body builders che facevano uso di steroidi anabolizzanti. Il primo di 35 anni ammette uso continuativo di steroidi anabolizzanti e dopo essersi sottoposto ad una prima ecocardiografia trans-toracica gli viene diagnosticato una cardiomiopatia dilatativa ed una difunzione del ventricolo destro; ripetendo l’esame dopo cinque anni, gli viene evidenziato un trombo nel ventricolo sinistro. A distanza di anni presenta trombosi dell’arteria tibiale probabilmente per embolo trombotico partito dal ventricolo.
Il secondo di 31 anni presenta eventi ischemici in tutte e due le gambe. Ammette il consumo ciclico di diversi steroidi anabolizzanti, viene sottoposto sia ad angiografia (che diagnostica occlusione dell’arteria femorale superficiale) e sia ad ecocardiografia transtoracica (che mette in evidenza un trombo nel ventricolo sinistro ed una disfunzione del ventricolo sinistro). Gli Autori mettono in risalto l’associazione tra eventi trombotici intracardiaci e steroidi anabolizzanti.

2002 Lage e collaboratori  riferiscono il caso di un giovane ciclista di 26 anni che soffre da circa due mesi di emicrania che tende ad aumentare durante l’esercizio fisico. Il soggetto ha fatto uso di EPO (eritropoietina) e ormone della crescita. La risonanza magnetica cerebrale ha rilevato una trombosi del seno sagittale superiore. Gli Autori sospettano la relazione tra quadro clinico e sostanze illecite utilizzate.

2003 Foxford e collaboratori  documentano l’episodio occorso ad un giovane atleta di 24 anni durante un allenamento sportivo. Il giovane ha accusato: un’improvvisa emicrania nella parte destra, stanchezza nella parte sinistra del corpo seguita da collasso. Dopo controllo medico il giovane ha confessato di aver assunto diverse forme di efedrina (stimolante) ed è stato sottoposto ad accertamenti strumentali che hanno evidenziato la presenza di un vasospasmo (riduzione del calibro) dell’arteria cerebrale media di destra.

2003 Morgenstern e collaboratori  hanno valutato la possibile associazione tra efedrina e stroke emorragico. I risultati ottenuti dagli studiosi mette in risalta come alte dosi di efedrina possano essere direttamente coinvolte nell’instaurarsi della patologia sopra menzionata.

2005 Manoharan e collaboratori  riferiscono di un episodio sincopale capitato ad un body builder amatoriale di 36 anni. Il soggetto, con storia di utilizzo di bromocriptina e contemporaneo utilizzo si steroidi anabolizzanti, ha presentato fibrillazione atriale seguita da profonda bradicardia. I medici hanno ricondotto il quadro clinico al concomitante utilizzo di bromocriptina, steroidi anabolizzanti ed esercizio fisico intenso.

2005 Alaraj e collaboratori riportano il caso clinico di due giovani sollevatori di pesi che hanno avuto insorgenza di ematoma subdurale spontaneo. I due atleti, di 32 e 24 anni, consumatori di alte dosi di steroidi anabolizzanti hanno presentato una medesima sintomatologia: emicrania debilitante, offuscamento della vista, nausea e vomito. Gli Autori concludono affermando che tale complicazione nei giovani è assai rara in assenza di trauma e potrebbe essere associata al consumo di steroidi anabolizzanti.

2005 Dhar e collaboratori esaminano nel loro studio i possibili rischi di natura cardiovascolare in persone che utilizzano steroidi anabolizzanti, stimolanti (efedrina), eritropoietina ricombinante umana, ormone della crescita, creatina e β-idrossi-β-metilbutirrato. Dall’analisi della letteratura scientifica emergono numerosi casi di patologie cardiovascolari (aritmie, ipertensione, ipertrofia cardiaca, cardiomiopatia, trombosi, infarto del miocardio) e, alla luce di tale realtà, gli Autori invitano gli addetti ai lavori, allenatori, preparatori atletici a scoraggiare il consumo di tale sostanze ed ad informare gli atleti sui concreti rischi a cui vanno incontro.


Doping e salute mentale

Un aspetto spesso sottovalutato è che l’uso di sostanze dopanti può provocare effetti collaterali anche a carico della sfera psicologica degli atleti.

Mottram e George (2000) e Dawson (2001) evidenziano, infatti, come il doping sia responsabile della comparsa di disturbi e/o danni non solo a livello cardiovascolare, epatico, genito-urinario, muscolo scheletrico, endocrino, ematologico e cutaneo, ma anche psicologico.
Una categoria di sostanze che provoca effetti collaterali di natura psichica è costituita dagli stimolanti che agiscono sul Sistema Nervoso Centrale secondo diversi meccanismi, quali:

  • aumento del rilascio di      neurotrasmettitori (amfetamina, efedrina);
  • stimolazione dei recettori      postsinaptici (efedrina, caffeina);
  • inibizione del re-uptake del      neurotrasmettitore (cocaina, amfetamina).

Nella tabella riportata di seguito, si vuole proporre una panoramica, certamente non esaustiva, degli effetti collaterali provocati dagli stimolanti sul sistema nervoso.

FONTE: Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul Doping e per la
tutela della salute nelle attività sportive.

Motivazioni che spingono al doping

L’abuso di agenti anabolizzanti, di integratori alimentari e di altre sostanze proibite non è un fenomeno confinato solo al mondo sportivo olimpico e professionistico, ma esso costituisce un problema che coinvolge anche gli sportivi amatoriali e una larga parte della popolazione internazionale, specialmente adolescenti e giovani adulti.
“…l’appetito per queste sostanze fu creato per la fissazione sociale della vittoria e dell’apparenza fisica: un bambino non crede in modo innato che un fisico muscoloso è desiderabile, tuttavia la nostra società insegna questo; similmente i bambini giocano una partita per divertimento, ma la società predica l’importanza della vittoria sempre più in giovane età…”. La nostra è una cultura che si sviluppa soprattutto sulla competizione e che considera come unico scopo veramente utile di questa la vittoria. Con questi presupposti diventa facile credere che una persona, nella vita e nelle competizioni, dovrebbe vincere ad ogni costo ed in tutti i sensi: quindi il doping assume il significato di un comportamento molto razionale, dove il fine, ossia la vittoria, giustifica i mezzi, cioè l’uso di agenti anabolizzanti e altre sostanze (Yesalis e collaboratori, 2000).
Diversi studi (Erdman e collaboratori, 2006; Striegel e collaboratori, 2006; Lippi e collaboratori, 2004; Somerville e collaboratori, 2005; Sundgot-Borgen e collaboratori, 2003; Baylis e collaboratori, 2001) a livello internazionale hanno osservato che circa il 25% degli atleti può essere coinvolto nel doping; mentre il 50-90% degli sportivi, sia atleti professionisti che amatoriali, dichiara di consumare regolarmente e per lungo tempo alcuni integratori alimentari, che spesso vengono anche impiegati in modo tale da superare le dosi consigliate secondo la credenza che “…se una dose è buona, dieci o più devono essere meglio…”; inoltre è stato osservato che circa il 50-79% (Erdman e collaboratori, 2006; Sundgot-Borgen e collaboratori, 2003) degli allenatori e diversi fisioterapisti, malgrado la limitata competenza nutrizionale, raccomanda agli atleti l’uso di specifici integratori alimentari.
Purtroppo la letteratura scientifica non ha ancora pienamente esaminato le ragioni che spingono a questo abuso, anche se questo tipo di informazioni risulta fondamentale per effettuare ogni sforzo diretto alla comprensione e alla prevenzione di questo comportamento.
Alcuni studi (Erdman e collaboratori, 2006; Striegel e collaboratori, 2006; Corrigan e collaboratori, 2003; Sundgot-Borgen e collaboratori, 2003; Radovanovic e collaboratori, 1998; Hurst e collaboratori, 2000) hanno osservato che le ragioni comunemente citate dagli sportivi o dagli atleti amatoriali per l’uso di agenti anabolizzanti, integratori alimentari e altre sostanze proibite sono:

• per accrescere e migliorare la prestazione sportiva,
• per aumentare l’energia disponibile per affrontare le grandi richieste del duro allenamento e della competizione,
• per migliorare la fase di recupero dopo l’esercizio,
• per migliorare il proprio aspetto fisico con la perdita di peso e l’aumento della massa muscolare,
• per l’influenza di allenatori, familiari, amici, fisioterapisti, medici sportivi e compagni di allenamento,
• per la convinzione che anche gli altri (i compagni di squadra e gli avversari) usino il doping,
• per superare l’ansia e lo stress,
• per acquisire sicurezza nei propri mezzi,
• per compensare una dieta inadeguata o prevenire le deficienze nutrizionali,
• per prevenire le malattie.

Dunque la pratica all’abuso di sostanze illecite appare strettamente collegata allo sforzo della ricerca della perfezione, nel tentativo di produrre costantemente la migliore prestazione sportiva. (Mendoza, 2002).
Choi e collaboratori (2002) individuano nella determinazione a migliorare il proprio aspetto fisico, la spia più frequente di una sindrome comportamentale, nota come sindrome da dismorfofobia, che si presenta sotto forma di una mancata accettazione delle sembianze del proprio corpo per una percezione distorta della propria immagine. Gli uomini affetti da tale sindrome si sentono piccoli e deboli quando, al contrario, sono grandi e muscolosi; le donne invece si sentono flaccide e grasse quando, in realtà, sono magre e muscolose.
Wroblewska (1997) evidenzia come, tra uomini e donne, siano ben diverse le motivazioni che inducono all’uso di sostanze dopanti e in particolare gli steroidi anabolizzanti (AAS). Se le donne infatti ne fanno una questione di “bellezza” estetica e aspetto longilineo, per gli uomini diventa un discorso di prestazione atletica, di forza e di potenza muscolare. La stessa Autrice al riguardo, affrontando il problema della dismorfofobia in giovani atleti che facevano uso di steroidi anabolizzanti, invita a riflettere sulle possibili cause che inducono all’uso di tali sostanze. L’autrice pone l’accento sulle possibili influenze ambientali esterne come la ricerca esasperata dell’aspetto fisico perfetto, il sentirsi bene con il proprio corpo, la percezione di avere successo grazie al proprio corpo, il preoccupante dilagare di programmi televisivi o videogiochi che esaltano sempre più il concetto di apparire. Inoltre, accanto a tali problematiche che ogni individuo filtra nella vita quotidiana, l’Autrice richiama l’attenzione sulle possibili cause psicologiche, che possono determinare l’uso e l’abuso di sostanze dopanti. Analizzando il caso particolare dell’impiego di steroidi anabolizzanti (AAS), l’Autrice propone il fisico come sede non solo dell’aspetto, ma proprio dell’identità di una persona e, in quanto tale, strumento di relazione sociale. Una cattiva percezione di se stessi ed un senso di inadeguatezza, determinati dall’avere un fisico non proprio perfetto (ad esempio eccessiva magrezza, bassa statura, ridotta massa muscolare, ecc.), possono essere fattori determinanti nella dedizione alla pratica sportiva e nel ricorso a sostanze illecite, per agevolare il percorso. Tutto questo, inoltre è continuamente enfatizzato ed amplificato dai mass-media che presentano esempi di individui per i quali il binomio aspetto fisico-successo è diventato sinonimo di contratti, lavoro, denaro, sponsors. La necessità di costruirsi una identità sociale e la percezione del proprio corpo come strumento di individualità cominciano a delinearsi fin dall’adolescenza. Crescendo e sviluppando la propria identità e il proprio corpo, gli adolescenti tendono a legare il benessere psicologico, il successo tra i coetanei e il ruolo del gruppo al loro aspetto fisico. Il desiderio di primeggiare e di apparire prestanti è determinante nell’approccio adolescenziale all’uso di steroidi anabolizzanti (AAS).

Oltre ai fattori psicosociali menzionati, come il raggiungimento del successo atletico, il riconoscimento sociale e l’aumento della fiducia in sé stessi attraverso il miglioramento della forma fisica, è stato osservato (Sriegel e collaboratori, 2002) che anche gli aspetti finanziari giocano un ruolo essenziale. L’aumentata commercializzazione legata alle competizioni sportive e gli abbondanti guadagni realizzati in pochi anni dagli atleti rendono questi ultimi incapaci di resistere a questi incentivi finanziari e quindi essi cercano di aumentare le loro capacità ricorrendo al doping per accrescere le loro prestazioni. Tutto questo ha scardinato i principi etici di base dello sport quali la correttezza e le uguali opportunità.
                        Dunque, lo sport ha perso di vista la capacità di muoversi all’interno di fermi e durevoli principi etici, cioè quelli di una sana competizione che aspira ad una attività sportiva libera da sostanze, ma ha assunto, invece, la tendenza a muoversi secondo le regole dell’utilitarismo, che persegue il raggiungimento del maggior beneficio per il maggior numero di persone. Tutto ciò permette alla forza della maggioranza di violare la minoranza (Verroken, 2001). Nel mondo sportivo la maggioranza viene ad essere rappresentata dalla squadra, dagli amministratori, dagli sponsor, dai tifosi, dalla nazione di appartenenza, elementi che spingono tutti fortemente verso la vittoria e quindi ai connessi interessi sociali e finanziari. Per far fronte a questa pressione e soddisfare il suddetto criterio, gli atleti hanno dunque bisogno di prendere “scorciatoie” per essere altamente efficienti da un lato, mentre dall’altro gli allenatori e i medici sportivi ne compromettono la salute offrendo loro agenti anabolizzanti, integratori alimentari e altre sostanze proibite invece della loro professionale competenza. L’utilitarismo può essere considerato, quindi, come la giustificazione al doping isitutuzionalizzato, come precedentemente accaduto nella vecchia Germania dell’Est (Franke e collaboratori, 1997).
La suddetta giustificazione appare avvalersi anche del supporto di una particolare corrente di pensiero della medicina sportiva che definisce lo stress atletico estremo come una condizione di fisiologia patologica, “…una sorta di breve malattia sperimentale a livello della fisiologia cellulare…”. Dunque, una diagnosi di stress atletico potrebbe giustificare le ambizioni terapeutiche di alcuni medici, le quali sarebbero in netto contrasto con le regole dell’antidoping (Hoberman, 2002).
Un discorso a parte merita il fenomeno del doping riscontrato tra gli adolescenti, in merito al quale in letteratura viene riportato un uso del 3-12% di steroidi anabolizzanti (Laure e collaboratori, 2005; Lippi e collaboratori, 2004; Yesalis e collaboratori, 2000; Laure e collaboratori, 1999; Mottram, 1999; Radovanovic e collaboratori, 1998) e un uso del 2-47% di integratori alimentari (Erdman e collaboratori, 2006).
Le ragioni che spingono gli adolescenti all’uso di sostanze dopanti li dividono in due gruppi: quelli che sono dediti all’abuso per il desiderio di migliorare l’aspetto fisico o per accrescere la prestazione sportiva, e quelli che invece usano le sostanze proibite con altre motivazioni (perché è divertente provare, per inebriarsi, per diventare più coraggiosi o perché gli amici fanno così). Gli adolescenti che non fanno uso di doping per migliorare l’aspetto o la prestazione sportiva appaiono avere molto in comune con l’uso di alcool, tabacco e altre sostanze psicotrope, ed inoltre presentano forti correlazioni con problematicità legate all’ambiente familiare ed all’ambiente scolastico. (Yesalis e collaboratori, 2000; Kindlundh e collaboratori, 1999).
I principali fornitori degli adolescenti sembrano essere i compagni di squadra e gli amici, seguiti poi dai loro allenatori, dal medico di famiglia e dai loro genitori; oltre queste figure un’altra fonte importante, e facilmente accessibile, sembra essere il mercato nero (Laure e collaboratori, 2005).
Un fenomeno particolare riguarda la probabilità che una piccola parte  di questi giovani sportivi venga sedotta all’uso di queste sostanze con argomenti che riguardano il miglioramento della prestazione e la capacità di combattere l’ansia, la fatica e il dolore durante l’attività sportiva da intraprendenti commercianti di sostanze illecite. Questo tipo di comportamento, che risulta abbastanza diffuso, può essere considerato come una sorta di manipolazione e la maggior parte degli adolescenti non si accorge di averlo subito. Circa la metà di loro non parla di questo con i propri genitori. I seduttori, di cui gli adolescenti si fidano, non scelgono un soggetto a caso, ma individuano specialmente i giovanissimi atleti di alto livello che non sono soddisfatti delle loro prestazioni. Queste persone manipolatrici danno informazioni incomplete sui prodotti con discorsi molto convincenti, sottolineando solo gli aspetti positivi senza dare nessuna informazione che riguarda gli effetti collaterali. Tutto ciò, ovviamente, non permette agli adolescenti di prendere una decisione libera, informata e consapevole (Laure e collaboratori, 2005).
Dunque il raggiungimento dei successi atletici, il desiderio degli adolescenti di migliorare l’aspetto fisico e soprattutto gli aspetti finanziari appaiono essere le principali ragioni che si nascondono dietro l’uso del doping.
E’ necessaria quindi una profonda revisione delle regole che interessano il mondo dello sport affinché esso sia in linea con gli sviluppi della scienza e della società.
Alcuni potrebbero sostenere che le attitudini e i valori relativi allo sport e all’apparenza fisica sono così profondamente radicati nella nostra società per poter cambiare. Questo potrebbe essere così nello sport elitario, dove sono coinvolti forti interessi economici. Tuttavia un serio e sereno controllo dei tratti competitivi e narcisistici all’interno della nostra società, potrebbe essere in grado di ridimensionare il fenomeno dell’abuso di agenti anabolizzanti, di integratori alimentari e di altre sostanze proibite nella popolazione in generale e soprattutto tra gli adolescenti. (Yesalis, 2000).

FONTE: Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul Doping e per la
tutela della salute nelle attività sportive.

Sostanze proibite:
S1       Agenti anabolizzanti (vedi scheda)
S2       Ormoni e sostanze correlate (vedi scheda)
S3       Beta-2-agonisti
S4       Agenti con attività anti-estrogenica
S5       Diuretici e altri agenti mascheranti (vedi scheda)

Metodi probiti:
M1      Aumento del trasporto di ossigeno
M2      Manipolazione chimico e fisica
M3      Doping genetico

• SOSTANZE PROIBITE IN GARA

S6       Stimolanti
S7       Narcotici
S8       Cannabinoidi
S9       Glucorticosteroidei

• SOSTANZE PROIBITE IN PARTICOLARI SPORT

P1       Alcool
P2       Beta-bloccanti

 

Si consiglia di consultare il testo integrale del Decreto  Ministeriale 3 febbraio 2006

 

FONTE: Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul Doping e per la
tutela della salute nelle attività sportive.

Legislazione in tema di doping in Italia

L’iter legislativo italiano relativo al fenomeno del doping si delinea dapprima in termini generali di “tutela sanitaria delle attività sportive”, per poi focalizzarsi più semplicemente nella lotta al doping. Tale iter si esplica principalmente nelle seguenti leggi dello Stato:

Legge 28 dicembre 1950, n. 1055
All’art. 1 la legge stabilisce che « la tutela sanitaria delle attività sportive è affidata alla Federazione medico sportiva italiana, affiliata al Comitato Olimpico Italiano ed è sottoposta alle direttive dell’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità pubblica».
All’art. 5 però specifica che la tutela sanitaria delle attività sportive non è esclusivamente affidata alla Federazione medico sportiva italiana, poiché l’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità pubblica (poi Ministero della Sanità, quindi, Ministero della Salute) «può, a giudizio insindacabile, affidare la tutela sanitaria di cui all’art. 1 ed i poteri riservati alla Federazione medico sportiva italiana della presente legge anche ad altra organizzazione medico-sportiva».

Legge 26 ottobre 1971, n. 1099
Con questa legge fu abrogata la citata legge 28 dicembre 1950, n. 1055, molto generica e che non conteneva alcun riferimento alla pratica del doping. La legge 26 ottobre 1971 n. 1099 all’art. 3 stabilisce che ”Gli atleti partecipanti a competizioni sportive, che impiegano, al fine di modificare artificialmente le loro energie naturali, sostanze che possono risultare nocive per la salute e che saranno determinate con decreto di cui al successivo articolo 7, sono puniti con l’ammenda da lire 50.000 a lire 500.000. Chiunque somministra agli atleti che partecipano a competizioni sportive le sostanze di cui al presente comma, al fine di modificare artificialmente le loro energie naturali, è punito con l’ammenda da lire 100.000 a lire un milione. Se il fatto è commesso dai dirigenti delle società o associazioni sportive cui appartengono gli atleti, dagli allenatori degli atleti partecipanti alle gare o dai commissari  tecnici, l’ammenda è triplicata. L’ammenda è altresì triplicata per coloro che commettono il reato nei confronti dei minori di anni 18.”

Con l’art. 4 si stabilisce inoltre che “chiunque, in occasione di competizioni sportive, sia trovato, negli spazi destinati agli atleti, alle gare e al personale addetto, in possesso di sostanze di cui al precedente articolo 3, primo comma, è punito con l’ammenda da lire 50.000 a lire 500.000”; con l’art. 5 il legislatore decretava che l’atleta non poteva rifiutarsi di sottoporsi ai controlli e qualificava i sanitari addetti all’espletamento di tali compiti, ufficiali di polizia giudiziaria. Questa legge rappresenta il primo passo per far emergere il reato di doping anche se solo a livello amministrativo e non penale.

Nell’ambito delle norme del codice penale si può considerare il: DPR 9 ottobre 1990, n. 309. Con tale decreto è stato approvato il « Testo Unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura, riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza». In questo modo (e già con la precedente legge 22 dicembre 1975, n. 685), l’uso e la somministrazione di sostanze vietate poteva essere ricondotta ad illecito penale, ai sensi della disciplina degli stupefacenti e delle sostanze psicotrope.

La carenza di legislazione antidoping in Italia viene colmata dalla Legge 14 dicembre 2000, n. 376 “Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il Doping”.
Secondo la Legge italiana n 376 14 dicembre 2000, art 1 comma 2: “Costituiscono doping la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti”.
Con l’attuale normativa vengono introdotte disposizioni a carattere penale che precedentemente non erano presenti: infatti, l’art 9 comma 1 recita testualmente “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da lire 5 milioni a lire 100 milioni chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l’utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, ricompresi nelle classi previste all’articolo 2, comma 1, che non siano giustificati da condizioni patologiche e siano idonei a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ovvero siano diretti a modificare i risultati dei controlli sull’uso di tali farmaci o sostanze. La legge prevede un aumento della pena (art 9 comma 3) se:

a) se dal fatto deriva un danno per la salute;

b) se il fatto è commesso nei confronti di un minorenne;

c) se il fatto è commesso da un componente o da un dipendente del CONI ovvero di una federazione sportiva nazionale, di una società, di un’associazione o di un ente riconosciuti dal CONI.
Inoltre la legge prevede che all’art. 9:

Comma 4. Se il fatto è commesso da chi esercita una professione sanitaria, alla condanna consegue l’interdizione temporanea dall’esercizio della professione.

Comma 5. Nel caso previsto dal comma 3, lettera c), alla condanna consegue l’interdizione permanente dagli uffici direttivi del CONI, delle federazioni sportive nazionali, società, associazioni ed enti di promozione riconosciuti dal CONI.

Comma 6. Con la sentenza di condanna è sempre ordinata la confisca dei farmaci, delle sostanze farmaceutiche e delle altre cose servite o destinate a commettere il reato.

Comma 7. Chiunque commercia i farmaci e le sostanze farmacologicamente o biologicamente attive ricompresi nelle classi di cui all’articolo 2, comma 1, attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico e dalle altre strutture che detengono farmaci direttamente, destinati alla utilizzazione sul paziente, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da lire 10 milioni a lire 150 milioni. Con l’attuale normativa l’atleta è responsabile delle proprie azioni, l’ignoranza non è consentita, è tenuto a conoscere le sostanze di cui fa uso.

Decreto 3 feb 2006 (GU n. 37 del 14-2-2006)
Revisione della lista dei farmaci, delle sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e delle pratiche mediche, il cui impiego è considerato doping, ai sensi della legge 14 dicembre 2000, n. 376.


Aspetti medico-legali della responsabilità

Il tema della responsabilità in fatto’ di uso o spaccio di doping è estremamente delicato e non può essere affrontato in termini generali (Cingolati 2001). Infatti, ogni episodio costituisce un caso singolare, da analizzarsi individualmente, distinguendo inoltre i casi dello sport di vertice da quelli amatoriale.
A titolo di esempio, si cita una sentenza della Corte di Cassazione che con l’ordinanza n 11277/02 del 20/3/2002 ha disposto l’annullamento di arresto nei confronti di uno spacciatore di nandrolone,  reo di aver venduto dieci fiale fuori dai canali consentiti per la somministrazione agli atleti. L’attuale normativa 376/2000 non punisce lo spaccio di sostanze dopanti nel mercato clandestino se manca la prova che la vendita è finalizzata ad alterare i risultati delle competizioni sportive. Questo comporta l’esclusione dalla punibilità di coloro che accedono a pratiche dopanti o comunque ad assunzioni di sostanze proibite e dannose per la salute pur non svolgendo attività agonistica come ad esempio i frequentatori di palestre.

FONTE: Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul Doping e per la tutela della salute nelle attività sportive.

 

Cos’è il doping?

Cos’è il doping


Definizione del termine doping

L’excursus storico del termine “doping” nel panorama storico internazionale ha origine negli anni ’60 e percorre le seguenti tappe fondamentali:

  • 1963. Prima definizione ufficiale di      “doping” (Strasburgo): il Comitato Europeo per l’educazione      extrascolastica utilizza tale termine per indicare la “ingestione o l’uso di sostanze non biologiche,      in forma o per via anormale, da parte di individui sani, con il solo scopo      di migliorare artificialmente e slealmente la propria prestazione in vista      di una gara”;
  • 1964. Dalla conferenza internazionale      sul doping di Tokio emerge la seguente definizione: “Il doping è la somministrazione ad un atleta, o      l’uso da parte sua, di qualunque sostanza estranea al corpo o di qualunque      sostanza fisiologica presa in quantità anomala o attraverso vie anomale di      ingresso nel corpo, con l’unica intenzione di accrescere in modo      artificiale e sleale, la propria prestazione in gara”;
  • 1967. Il Comitato dei Ministri del      Consiglio d’Europa approva la Risoluzione n. 12 relativa al «Doping negli      atleti» con la quale definisce doping “la      somministrazione ad un soggetto sano o      l’utilizzazione da parte dello stesso, per qualsiasi mezzo, di sostanze estranee      all’organismo o di sostanze fisiologiche in quantità o per via anomale, e ciò al solo scopo      di influenzare artificialmente ed in modo sleale la prestazione sportiva di detto      soggetto in occasione della sua partecipazione ad una competizione”;
  • 1989. La Convenzione Europea contro il doping nello sport,      siglata da 15 stati, definisce “doping      nello sport la somministrazione negli sportivi o l’uso da parte di questi      ultimi di classi farmacologiche di agenti di doping o di metodi di doping”;
  • 4 Febbraio 1999.       A Losanna (Svizzera), nel corso della World Conference on Doping in Sport riunitasi      dopo gli eventi che avevano funestato il ciclismo nell’estatedell’anno      precedente, approva la “Lausanne Declaration on Doping in Sport”. La novità      assoluta della Dichiarazione di Losanna è rappresentata dallaadozione del      Codice Anti-doping e dalla istituzione di un organismo mondiale per la      lotta al doping: la WADA;
  • 1 Gennaio 2004. La WADA emana il nuovo      regolamento antidoping. La prima novità del nuovo codice antidoping WADA è      la nuova definizione di doping più restrittiva e più definita: “Con il termine doping si intende il verificare      di uno o più violazioni      previste dal Regolamento dell’Attività antidoping”. Viene      pertanto sanzionato anche solo “la      presenza di una sostanza vietata, dei suoi metaboliti e dei suoi markers”. Spetta allo sportivo      assicurarsi che nessuna sostanza vietata (metabolici o markers) penetri nel suo organismo.

Origine del termine doping

L’analisi etimologica del termine “DOPING” risulta piuttosto incerta e dibattuta, dal momento che alcuni autori ne trovano le radici linguistiche nel fiammingo, altri nel linguaggio sudafricano e altri ancora nell’inglese:

  • L’origine fiamminga viene      ritrovata nel termine “DOOP”, che significa mistura, miscela,      poltiglia;
  • Nel linguaggio sudafricano il      termine “DOPE” viene associato ad una bevanda alcolica      stimolante usata come stimolante nelle danze tribali e nei riti      primordiali;
  • In inglese, il termine “DOPE”,      viene usato per indicare una sostanza densa, liquida, lubrificante;
  • Nello slang americano, “DOPE”      assume il significato di sostanza stupefacente (e questo contribuirebbe a      spiegare perché spesso si tende, in maniera impropria, ad assimilare il      doping all’uso di sostanze stupefacenti).

Storia del doping

Per rintracciare le origini del fenomeno doping, è necessario risalire all’antica Grecia: da quell’epoca in poi, il doping ha sempre affiancato, con più o meno clamore, la storia dello sport. Di seguito si riporta uno schematico excursus, in cui sono stati riassunti gli avvicendamenti e le date più significative del fenomeno doping nello sport. A partire dall’800 a.C. i Greci introdussero nel loro stile di vita la pratica sportiva, finalizzando la performance atletica all’addestramento bellico.

Nelle Olimpiadi del 668 a.C. gli atleti assumevano sostanze stimolanti mescolate agli alimenti e alle bevande. In particolare, gli atleti greci mangiavano funghi allucinogeni.                         Tracce storiche risalenti al terzo secolo a.C., testimoniano l’utilizzo di alcuni infusi di funghi applicati localmente come impacchi, a scopo più stimolante che curativo o lenitivo (Ippocrate suggeriva di bruciare funghi secchi sul fianco sinistro degli atleti per aumentarne la reattività). Inoltre, tra gli atleti greci (e anche tra quelli aztechi) era diffusa l’abitudine di mangiare grandi quantità di carne, tra cui testicoli di toro e cuore umano prima delle gare. Il ricorso a sostanze che forniscono aggressività e coraggio e che aiutano a sopportare la fatica e gli sforzi era molto diffuso anche tra le popolazioni vichinghe ed andine. Dal 400 a.C., lo sport ellenico divenne un fenomeno assai diffuso: coinvolgeva la popolazione, richiamava un grande numero di spettatori, e aveva un ruolo simile, se non superiore, a quello che riveste nella società contemporanea. Incentivata anche da ingenti premi pecuniari (Afrodisia nel II secolo d.C. stese una tabella dei premi pecuniari destinati ai vincitori che partiva dalle 500 dracme per il pentathlon alle 3000 del pancrazio; per comprendere quanto ingenti fossero questi premi, è sufficienti confrontarli con la paga annua di un soldato pari a 225-300 dracme l’anno). Si sviluppò in maniera prepotente una categoria di “atleti professionisti” che, secondo gli scritti dell’epoca, assumeva ogni sorta di sostanza al fine di migliorare la prestazione, nell’intento di primeggiare. Era, infatti, pratica consueta l’assunzione di bevande a base di frutta fermentata ad elevata gradazione alcolica, di decotti di segale contaminata dalla Claviceps Purpurea (bevanda dall’effetto allucinogeno per la presenza di specifici alcaloidi) o di decotti di molte altre piante.

La prima vera e propria frode sportiva è narrata dallo storico Pausania: nel 388 a.C. il gruppo di Eupolo di Tessaglia, giovane pugile, decise di controllare lo svolgimento della gara di pugilato attraverso la compravendita di ben tre atleti. Nonostante l’operazione fosse stata architettata nei minimi dettagli, la notizia giunse al comitato olimpico che, accertato il fatto, sanzionò il giovane atleta. Le sanzioni previste ai quei tempi erano solo di natura economica, non vi era, infatti come succede oggi, la cancellazione dall’albo dei vincitori. In un contesto di profonda corruzione dell’ambiente sportivo (altra pratica d’antisportività che veniva praticata nell’antichità era quella dei tiranni delle città greche che erano disposti pagare somme ingenti agli atleti che fossero disposti a dichiararsi nativi delle loro città) e di forti ingerenze politiche attuate nei confronti dello sport ellenico da parte dei governanti, si determinò la fine delle Olimpiadi antiche. In seguito al decadimento della civiltà ellenica l’eredità sportiva dei Greci fu raccolta dai Romani, per i quali lo sport rivestì un ruolo sociale altrettanto fondamentale. L’attività sportiva dei romani, però, differiva notevolmente da quella dei greci: gli spettatori romani erano più attratti dalle gare di bighe e dai combattimenti dei gladiatori. Per tale motivo, il loro doping fu più “limitato” e diretto principalmente ai cavalli (somministrazione di stimolanti) e ai gladiatori (somministrazione di allucinogeni).

Plinio il Vecchio riporta che gli atleti romani digiunavano per 24 ore e poi nei 3 giorni precedenti la gara bevevano decotto di asperella. Facendo un salto di parecchi secoli, con l’avvento dell’era industriale, si crearono le basi per la nascita dello sport moderno. L’urbanizzazione, la nascita delle associazioni sportive, il progresso tecnologico e la costruzione d’infrastrutture idonee, furono i presupposti per la nascita dello sport inteso in senso moderno. Il forte interesse popolare e la nascita di interessi commerciali attorno agli eventi sportivi contribuirono alla rinascita del professionismo sportivo. Alla fine dell’800 lo sport riconquistò un ruolo fondamentale nella società, analogamente a quanto avveniva in quella greca ed in quella romana. Contemporaneamente alla ripresa significativa delle competizioni sportive (In particolare, nel 1896, furono reintrodotte le moderne olimpiadi, per merito del barone De Coubertin), si assistette alla ripresa della pratica del doping: gli atleti assumevano sostanze zuccherine, caffè, alcool ma anche stricnina e nitroglicerina, che potevano sortire effetti collaterali talora gravemente invalidanti, se non addirittura mortali.

Verso la fine del 1800, ciclisti europei assumevano eroina, cocaina e altre sostanze eccitanti. Nel 1865 venne riportato per la prima volta in una rivista scientifica (BMJ) un caso di doping (un nuotatore espulso da una gara ad Amsterdam). Nel 1886 venne documentata la prima morte conosciuta per doping: un ciclista gallese (Arthur Linton) dopo assunzione di trimetil alla Parigi-Bordeaux. Nel ventesimo secolo, lo sport diviene un affare sia per i gestori degli eventi sia per i praticanti: la prestazione sportiva a tutti costi diventa un imperativo e la vecchia pratica del doping ellenico e romano ritorna in auge con il supporto delle moderne conoscenze scientifiche. Il vincitore della maratona nelle Olimpiadi di Atene del 1904, Thomas Hicks, aveva assunto solfato di stricnina e brandy durante la gara.

Nel 1908, nella maratona olimpica di Londra, il fornaio italiano Dorando Pietri, aveva assunto stricnina prima della gara: condusse la gara con grande vantaggio finchè al giro finale del White City Stadium, accusò una grave crisi di affaticamento, vacillò più volte, ma riuscì a tagliare il traguardo sorretto da alcuni giudici. Successivamente gli arrivò la squalifica e l’annullamento della vittoria, ma non per l’uso di stricnina, bensì per l’aiuto avuto dai giudizi. Il vincitore dei 100 metri di atletica nelle Olimpiadi del 1920 aveva bevuto sherry con uova crude prima della gara. Un vero e proprio incremento significativo di atleti che usavano tali sostanze venne registrato nel secondo dopoguerra, intorno al 1950, quando la consuetudine di assumere anfetamine si trasferì dai militari impegnati sui fronti di guerra, agli sportivi. In realtà, l’autosomministrazione era più un evento estemporaneo che sistematico, accadendo soprattutto in concomitanza di gare importanti ed impegnative, oppure era abitudine di pochi atleti professionisti o semiprofessionisti, sovraccaricati da impegni frequenti ed estenuanti.

Fu proprio a partire dagli anni ’50 che cominciarono a proliferare aneddoti di ciclisti che improvvisamente non vedevano più le curve della strada o che dopo alcune gare non dormivano per diverse notti. Nel 1949 si ebbe la morte del ciclista Alfredo Falzini alla Milano-Rapallo per assunzione di simpamina. Le Olimpiadi di Helsinki del 1952 segnano, probabilmente la data d’inizio dell’uso degli anabolizzanti. Ai Campionati del Mondo di sollevamento pesi a Vienna (1954), gli atleti sovietici, imbottiti di testosterone fecero incetta di medaglie d’oro. Come risposta all’uso di ormoni sessuali maschili da parte dei sovietici, negli anni ’50, gli americani sviluppano diversi steroidi anabolizzanti (il primo fu il metandrostenolone, Dianabol®, messo a punto dal Dr. Ziegler). Nel 1956, durante le Olimpiadi di Melbourne, il mondo sportivo prese coscienza della diffusione del fenomeno doping, con il suo bagaglio di corruzione e danni fisici per gli atleti. Nel 1960 il Consiglio Europeo, promosso da più di venti Nazioni, prese formalmente atto dell’esistenza del problema doping, emanando una risoluzione che dichiarava illegale l’uso di sostanze per migliorare la prestazione sportiva. Verso la fine dello stesso anno fecero la loro comparsa sulla scena sportiva i primi test antidoping. Nelle Olimpiadi del 1960 a Roma, un ciclista danese, Kurt Jensen, morì per avere usato amfetamine. Nel 1967 al Tour de France morì, scalando il Mont Ventoux, il ciclista inglese Tommy Simpson (sotto l’occhio della televisione): il decesso, attribuito all’effetto di anfetamine e grande caldo, fece emergere alla ribalta delle cronache e all’attenzione del grande pubblico il problema connesso con l’uso di sostanze potenzialmente mortali da parte degli sportivi. Nel 1968 si verificò la morte del calciatore francese Jean-Louis Quadri sempre per assunzione di amfetamine. In quegli stessi anni giungevano, dai paesi dell’Est Europa, notizie sull’impiego di sostanze che in poco tempo erano in grado di aumentare a dismisura la resa muscolare: la voce era alimentata anche dalla constatazione che nelle competizioni più importanti, come le Olimpiadi, gli atleti dei paesi dell’Est dominavano, portando nell’Atletica leggera, soprattutto nelle gare di lancio (peso, giavellotto, ecc.) le misure dei record mondiali a valori strabilianti per quei tempi.

Negli anni seguenti, la Francia promulgò una legge per rendere illegale l’uso di sostanze dopanti nello sport (legge n° 65.412/1963), cui si ispirò il governo belga, promulgando una legge dai medesimi contenuti. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) pubblicò la prima lista delle sostanze proibite, lista che, con periodiche ed opportune revisioni, è ancora attualmente in vigore. Il culmine della diffusione del doping tra gli atleti di livello superiore e di fama internazionale, che la memoria ricordi dal tempo delle Olimpiadi e dei giochi romani, lo si raggiunse alla fine degli anni ’70. Il fenomeno divenne eclatante e si manifestò in molti sportivi: soprattutto nelle donne che assumevano forti dosi di anabolizzanti, i tratti somatici si trasformavano diventando decisamente mascolini. Quando ci si accorse della ampia diffusione del doping tra gli atleti famosi, ci si rese conto anche di quanto diffuse fossero in tutto il mondo, specialmente nei cosiddetti sport di forza, queste pratiche illecite e quanto potessero essere gravemente pericolose. Nuovamente iniziarono a circolare e a diffondersi notizie di gravi patologie, soprattutto forme tumorali, conseguenti a prolungati periodi di assunzione di sostanze ormonali. Con l’avvento di nuove tecniche di indagine di laboratorio nei primi anni ’80, i test anti-doping nel mondo dello sport agonistico aumentarono di numero e di qualità, senza tuttavia debellare definitivamente il fenomeno. Con la caduta del muro di Berlino (1989), l’occidente poté venire a conoscenza di ciò che realmente era accaduto per decenni agli atleti dei paesi del blocco sovietico, come la Germania Est e la Russia. Agli inizi degli anni ’90, infatti, le autorità della Germania unificata scoprirono i files con i nomi degli oltre 10.000 atleti della Germania dell’Est che avevano ricevuto sostanze dopanti come parte di un piano governativo segreto. I governanti, infatti, avevano sostanzialmente imposto, per scopi di propaganda politica e per rinforzare il sentimento popolare nazionalistico e antioccidentale attraverso le vittorie sportive, il doping di stato. In questo modo, giovanissimi atleti di tutte le età dovevano assumere ormoni anabolizzanti, farmaci e tutto ciò che potesse servire allo scopo di vincere le competizioni internazionali, senza badare agli effetti collaterali a breve e a lungo termine.

Purtroppo, anche nei paesi occidentali, l’assunzione di ormoni anabolizzanti era dilagata a tal punto da diventare un passo obbligato di molti sportivi, specialmente tra i cultori del bodybuilding: negli anni ’70-’80, infatti, tra i pesisti l’utilizzo di anabolizzanti si configurava come una sorta di rito. Mentre gli anabolizzanti venivano utilizzati per aumentare la massa muscolare, negli sport di resistenza ci si rivolgeva a sostanze e a metodiche capaci di influenzare la durata dello sforzo, intervenendo soprattutto sulla massa sanguigna. Tra i fondisti dello sci e dell’atletica e tra i ciclisti si diffuse la pratica delle autoemotrasfusioni con sacche di sangue, prelevato durante i periodi di riposo, le quali venivano tenute in frigorifero e trasfuse durante i periodi di attività agonistica: comparvero così un po’ ovunque le centrifughe e altri macchinari adatti sia per lavorare il sangue che per controllare i valori dell’ematocrito. L’edonismo sportivo della fine degli anni ’80 e dei primi anni ’90 portò ad enfatizzare gli aspetti estetici degli atleti favorendo l’affermazione di canoni fisici di muscolarità. In linea con questa tendenza nelle palestre, si trovavano preparatori senza scrupoli pronti ad offrire, a chiunque lo volesse, facili ricette e mezzi più o meno consentiti per abbreviare i percorsi della fatica e per essere in linea con le mode. Questa pratica dilagò a tal punto che l’uso delle sostanze dopanti in questi ambienti superò di gran lunga la incidenza delle pratiche doping negli ambienti sportivi di alto livello. Con la commercializzazione dell’ormone della crescita, il GH, considerato dagli inesperti la panacea adatta ad ogni necessità e scopo, e definito, tra l’altro, principio “antinvecchiamento” perfetto, lo sport amatoriale fu travolto in una spirale consumistica di doping. La capillare diffusione di questa pratica è da imputare anche alle formidabili abilità di convincimento degli “spacciatori” che spingevano al consumo con la giustificazione che tanto non fa male. Il fenomeno si spinse a livelli estremi, al punto che moltissimi sportivi improvvisati, come i ciclisti della domenica, volendo strabiliare amici e parenti, facevano consumo regolare di ormoni e di altre sostanze dopanti, finendo con l’essere trovati positivi ai controlli a sorpresa. Negli anni ‘90 furono talmente tanti i casi positivi tra gli sportivi di basso livello, che neppure i giornali se ne occuparono più.

Allo stato attuale, il mercato del doping a livello mondiale è di tale vastità che è impossibile citare singoli episodi. L’aspetto più preoccupante del doping odierno è il livello di sofisticazione raggiunto dai preparati, in grado di mettere in difficoltà i più moderni metodi di controllo. Questi a loro volta, hanno mostrato negli ultimi anni molti limiti, legati non solo alla difficoltà di rilevabilità analitica delle sostanze, ma anche dovuti anche a legislazioni non omogenee tra gli stati e a discordanze di applicazione tra le diverse federazioni sportive. Nel frattempo però lo sport piange i suoi morti: pochi sono i nomi famosi emersi alla ribalta delle cronache, come quello di Pantani ma molti, moltissimi, sono gli sconosciuti che perdono la salute e talvolta la vita per colpa di abusi che ancora troppo spesso non vengono considerati nella loro reale pericolosità.


Doping del futuro: doping genetico

Un particolare tipo di doping si sta affacciando sul mondo sportivo internazionale, soprattutto a livelli di vertice: Il doping genetico. L’introduzione delle biotecnologie e dell’ingegneria genetica nello sport, o addirittura lo sport come laboratorio di sperimentazione di nuovi prodotti e protocolli di manipolazione genetica sono aspetti di assoluta importanza nella lotta al doping. Infatti, è estremamente attuale, sia dal punto di vista culturale che pratico, la realizzazione di doping genetico, attraverso la manipolazione del DNA, allo scopo di potenziare le funzioni fisiologiche degli atleti. Per meglio comprendere l’origine della relazione tra ingegneria genetica e sport si cita il caso di un atleta finlandese, Eero Mäntyranta che alle Olimpiadi invernali di Innsbruck del 1964, riuscì ad aggiudicarsi ben due medaglie d’oro nello sci di fondo (McCrory 2003). Il suo programma di allenamento era completamente differente da quello degli altri atleti. Aveva un netto vantaggio rispetto agli altri, essendo nato con una mutazione genetica che consentiva un aumento del trasporto dell’ossigeno da parte dei globuli rossi di circa il 25%-50%. La mutazione, eccezionalmente rara, che presentava l’atleta finlandese era nel gene che codificava per il recettore dell’eritropoietina (EPO) responsabile del controllo della massa cellulare dei globuli rossi. L’EPO, in seguito, fu commercializzata a scopi medici soprattutto per il trattamento farmacologico di anemie in pazienti con insufficienza renale cronica. Rapidamente, però, questa pratica fu introdotta nel mondo sportivo, ed in particolare nel ciclismo professionista, come ricordano le cronache relative al Tour de France del 1998. Un aspetto ancor più preoccupante è rappresentato dalla terapia genica germinale, una metodica che applicata alle cellule della linea germinale consente di trasmettere i propri effetti alla prole del soggetto trattato. Questo significherebbe accelerare per mano dell’uomo un processo di mutazione genetica che la natura percorre in millenni.

Una caratteristica del doping genetico, che dovrebbe far accrescere l’attenzione attorno al fenomeno, è data dalla difficoltà di essere individuato attraverso controlli antidoping. Infatti, i geni di sintesi sono di fatto identici a quelli endogeni ed il controllo potrebbe essere effettuato solamente conoscendo la sequenza esatta del DNA del gene specifico modificato. Inoltre, le iniezioni dirette di sequenze di DNA dell’ingegneria genetica sarebbero individuabili solamente su tessuto muscolare bioptico e non su campioni di sangue e urine. E’ evidente che una simile prospettiva deve destare allerta nel mondo dello sport e deve essere combattuta attraverso informazione, formazione ed educazione preventiva.
FONTE: Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul Doping e per la tutela della salute nelle attività sportive.