Un blog per uno sport...

Tabudoping.it si rivolge a tutti gli sportivi ed incentiva a fare sport ad alti livelli senza ricorrere al doping.
Ideato da Maurizio Marchetti (Patrocinio del ministero della Salute al Progetto Maglia Etica Antidoping).
Ex ciclista professionista, vuole imporsi nella rete anche come punto di riferimento per chi si avvicina per la prima volta allo sport professionistico.
Progetto: La scuola unico antidoto al doping - Articoli Maglia Etica Antidoping
Il Curriculum di Maurizio Marchetti

 


 

 

 

  by Maurizio Marchetti

 

Archive for 'Tesi sullo sport'

Doping: le cifre, i problemi e l’informazione

L’obiettivo di questo lavoro è stato quello di stimolare spunti di riflessione sul fenomeno doping a partire dall’analisi delle notizie relative a questo problema comparse sulla stampa italiana. Ovviamente il lavoro non vuole avere nessuna presunzione di completezza ed esaustività e per questo, oltre che per ragioni pratiche, il rilevamento delle notizie è limitato ad un preciso arco di tempo (luglio, agosto, settembre del 2009) e ad un solo quotidiano. In ogni caso un trimestre è un valido campione di riferimento anche considerando gli eventi sportivi di primaria importanza che, come vedremo, si sono svolti nel periodo preso in esame. Sulla scelta di un solo quotidiano si possono avanzare alcune perplessità. Molte di esse però sono destinate a venir meno se si considera che il quotidiano su cui la ricerca è stata condotta è “La Gazzetta dello Sport”, vale a dire il principale giornale sportivo in Italia. Per le perplessità rimanenti vale, comunque, la considerazione che scopo di questo lavoro non è in alcun modo fornire risposte quanto invece porre delle domande che hanno poi trovato spazio in alcune interviste realizzate.

    Prima di inoltrarci nella rilevazione quantitativa, e poi qualitativa, degli articoli relativi al doping è però opportuno fornire un inquadramento del problema. Per questo la prima parte del lavoro cercherà di illustrare gli elementi fondamentali di questo fenomeno a partire dalla sua definizione e proseguendo con alcuni cenni storici e legislativi.

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Capitolo1

Capitolo3

Relatore: Dott. Valerio Piccioni
Candidato: Gianluca Galotta

Dal secondo dopoguerra, le istituzioni sportive e non, hanno ritenuto
necessario definire in maniera sempre più precisa cosa si debba intendere quando
si usa la parola doping.
Il termine deriva da “doop”, nome di un miscuglio di sostanze energetiche
ingerite dai marinai olandesi di quattro secoli fa, quando si preparavano ad
affrontare le tempeste sull’Oceano. Da “doop” si è arrivati nel Novecento al
verbo inglese “to dope”, ossia “drogare” o “somministrare stimolanti”, e al
sostantivo “doping”. “Doping” indica un additivo che modifica il rendimento.
“Dope” è un vocabolo di origine Sudafricana che significa “bevanda stimolante”.
Nel 1962 la Federazione Medico – Sportiva Italiana definì il doping “
l’assunzione di sostanze dirette ad aumentare artificiosamente le prestazioni in
gara del concorrente, pregiudicandone l’etica sportiva, nonché l’integrit�
fisica e psichica”. Questa è, a mio parere, una definizione di grande rilievo
culturale perché introduce il principio dell’etica sportiva e precisa che una
stimolazione esogena può pregiudicare non solo le funzioni fisiche ma anche
quelle psichiche.
Nel 1963 il Consiglio d’Europa, a Strasburgo, stabilì che “doping è la
somministrazione ad un soggetto sano, o l’utilizzo da parte di una persona, con
qualsivoglia modalità, di una sostanza estranea all’organismo, di sostanze
fisiologiche in quantità e per una via anormale, al solo scopo di aumentare in
modo artificiale e sleale la prestazione di tale soggetto in occasione della sua
partecipazione ad una competizione”….
 

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Relatore: Prof. Giuseppe Capua
Candidato: Francesco Toldo

Ci sono dei casi in cui il nome di un atleta si lega al termine doping in maniera potremmo dire “capovolta”. È questo il caso dell’ex ciclista professionista Maurizio Marchetti che mi ha raccontato personalmente la sua storia durante un interessante incontro. Se si scorrono gli articoli di giornale a lui dedicati compare sempre la parola doping. Ma la particolarità è che Marchetti era dall’altra parte della barricata in quanto la sua carriera è stata segnata dalla “ossessione” di combattere il ricorso alla farmacia nello sport.

    All’inizio del 1996 questo ciclista di Sezze (Latina) approda al professionismo dopo un’incoraggiante carriera dilettantistica. Il contratto tra i pro’ arriva grazie alla Ideal di Marino Basso. Purtroppo però per il ciclista laziale il ‘96 sarà l’anno di ingresso e di uscita dal professionismo. Infatti Marchetti ha pagato la sua lotta al doping di cui ora cercheremo, come abbiamo fatto nella nostra chiacchierata, di ripercorrerne le tappe.

    I dati da cui partire sono due. Il primo: nel ‘96 nel ciclismo i controlli antidoping venivano svolti soltanto sulle urine. Il secondo: “La Gazzetta dello Sport” iniziò, verso la fine di quell’anno, una campagna di stampa per denunciare il doping nel ciclismo e avviare un dibattito finalizzato a promuovere uno sport più pulito. E infatti sul finire del ‘96, in seguito alla campagna avviata dalla Gazzetta, qualcosa cambiò: «Se il sangue è malato fermiamoli» è il titolo di un pezzo comparso sul quotidiano milanese il 17 novembre di quell’anno. Nell’articolo si dava conto del convegno dell’Aimec, l’Associazione Italiana Medici del Ciclismo. I dottori delle due ruote stabilirono che con un ematocrito superiore al 50% e con l’emoglobina al di sopra di 16,5 mg per cento c’erano rischi per la salute dei ciclisti a causa della eccessiva viscosità del sangue. Per questo i corridori che superavano queste soglie sarebbero stati fermati in via cautelare. Gli atleti accettarono queste condizioni ed i controlli ematici vennero realizzati per la prima volta nel marzo del ‘97 durante la Parigi-Nizza.

    Ma a Marchetti non andarono giù due cose. In primo luogo la generalizzazione che, a suo dire, si stava operando nella campagna mediatica della Gazzetta. In un articolo del 3 gennaio ‘97 intitolato «Ecco i miei valori ematici, divulgateli» il ciclista laziale manifestò tutta la sua irritazione: «Non ce la faccio più a leggere o a sentire che siamo tutti drogati». Marchetti non ci stava ad essere apostrofato come “drogato” e volle anticipare tutti: in quell’articolo lanciò la proposta di sottoporsi volontariamente ai controlli ematici presso l’Istituto di Scienza dello Sport dell’Acqua Acetosa a Roma. Pochi giorni dopo i test furono realizzati e non fu riscontrato nulla di anomalo. Ma al ciclista questo non bastava: il corridore contestava i criteri proposti dai medici ed accettati dai ciclisti. Marchetti si mostrò contrario all’idea delle soglie: «Con l’introduzione di quelle soglie non si è fatto altro che legalizzare il doping». Per arrivare a quest’affermazione l’ex ciclista ha spiegato che la soglia del 50% di ematocrito non garantisce la “pulizia” dell’atleta. Infatti se un corridore ha, per esempio, l’ematocrito al 43% i criteri stabiliti legittimano l’uso di sostanze e pratiche dopanti per portare tale livello a ridosso della soglia consentita migliorando così la prestazione. Inoltre, secondo Marchetti, quello che è importante valutare è l’andamento dell’ematocrito piuttosto che il valore in sé. Normalmente, infatti, tale valore del sangue dovrebbe mantenersi stabile o diminuire nel corso di impegni concentrati come le grandi corse a tappe. Sbalzi del livello di ematocrito, seppur al di sotto della soglia del 50%, indicherebbero comunque qualcosa di anomalo. Per una seria lotta al doping, Marchetti riteneva necessario monitorare la storia ematica dell’atleta. Non a caso il laziale rese pubblici tutti i suoi valori ematici dal 1986 in poi. Inoltre, secondo il ciclista, era necessario controllare l’andamento del valore dell’ematocrito nel corso della stagione: «Bisogna tagliare la testa al toro con dei controlli periodici, senza soglie di ogni genere, io ho un valore x e posso dimostrare che durante la mia stagione questo valore si muove di poco, di pochissimo, di niente, anzi si abbassa».   

    Le posizioni del corridore non furono però ben accolte dal mondo del ciclismo: Basso e la squadra si complimentano con Marchetti ma poi non si fa vedere più nessuno e questo personaggio scomodo resta senza contratto terminando la carriera da professionista nel ‘96, lo stesso anno in cui era entrato in quel mondo. Il corridore viene emarginato: «Dopo quella mia proposta non ho ricevuto nemmeno una chiamata da qualche compagno di squadra». Proprio in quei momenti capisce però che la sua lotta deve continuare. Decide di aprire un sito il cui nome parla più di mille parole: www.tabudoping.it. In ogni caso di Marchetti, dopo cinque anni di oblio sportivo e mediatico, si torna a parlare insistentemente nel 2002. Il 29 gennaio di quell’anno compare sulla Gazzetta un articolo intitolato «Come si combatte il doping? A scuola». Nel pezzo si racconta l’iniziativa dell’ex ciclista denominata «La scuola unico antidoto serio al doping». Marchetti comincia, e continua tutt’ora, a girare le scuole di Roma tenendo lezioni di antidoping nella convinzione che sia necessario lavorare per costruire una nuova cultura sportiva. L’idea dell’ex ciclista riscuote successo: si congratulano con lui l’Uci e la Wada.

    Dopo aver ripercorso insieme le tappe della sua vicenda chiedo a Marchetti se anche alla luce dell’esemplare squalifica a Da Ros, dell’introduzione degli esami retroattivi e del passaporto biologico nel ciclismo si siano fatti passi avanti nella lotta al doping. La risposta condensa il senso della “missione” di questo ex ciclista: «Il problema non è questo. Reprimere è già un fallimento, vuol dire che abbiamo fallito tutta la fase educativa. Occorre invece creare una nuova cultura sportiva. Io lavoro per questo».

Gianluca Galotta