L’iter legislativo italiano relativo al fenomeno del doping si delinea dapprima in termini generali di “tutela sanitaria delle attività sportive”, per poi focalizzarsi più semplicemente nella lotta al doping. Tale iter si esplica principalmente nelle seguenti leggi dello Stato:

Legge 28 dicembre 1950, n. 1055
All’art. 1 la legge stabilisce che « la tutela sanitaria delle attività sportive è affidata alla Federazione medico sportiva italiana, affiliata al Comitato Olimpico Italiano ed è sottoposta alle direttive dell’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità pubblica».
All’art. 5 però specifica che la tutela sanitaria delle attività sportive non è esclusivamente affidata alla Federazione medico sportiva italiana, poiché l’Alto Commissariato per l’igiene e la sanità pubblica (poi Ministero della Sanità, quindi, Ministero della Salute) «può, a giudizio insindacabile, affidare la tutela sanitaria di cui all’art. 1 ed i poteri riservati alla Federazione medico sportiva italiana della presente legge anche ad altra organizzazione medico-sportiva».

Legge 26 ottobre 1971, n. 1099
Con questa legge fu abrogata la citata legge 28 dicembre 1950, n. 1055, molto generica e che non conteneva alcun riferimento alla pratica del doping. La legge 26 ottobre 1971 n. 1099 all’art. 3 stabilisce che ”Gli atleti partecipanti a competizioni sportive, che impiegano, al fine di modificare artificialmente le loro energie naturali, sostanze che possono risultare nocive per la salute e che saranno determinate con decreto di cui al successivo articolo 7, sono puniti con l’ammenda da lire 50.000 a lire 500.000. Chiunque somministra agli atleti che partecipano a competizioni sportive le sostanze di cui al presente comma, al fine di modificare artificialmente le loro energie naturali, è punito con l’ammenda da lire 100.000 a lire un milione. Se il fatto è commesso dai dirigenti delle società o associazioni sportive cui appartengono gli atleti, dagli allenatori degli atleti partecipanti alle gare o dai commissari  tecnici, l’ammenda è triplicata. L’ammenda è altresì triplicata per coloro che commettono il reato nei confronti dei minori di anni 18.”

Con l’art. 4 si stabilisce inoltre che “chiunque, in occasione di competizioni sportive, sia trovato, negli spazi destinati agli atleti, alle gare e al personale addetto, in possesso di sostanze di cui al precedente articolo 3, primo comma, è punito con l’ammenda da lire 50.000 a lire 500.000”; con l’art. 5 il legislatore decretava che l’atleta non poteva rifiutarsi di sottoporsi ai controlli e qualificava i sanitari addetti all’espletamento di tali compiti, ufficiali di polizia giudiziaria. Questa legge rappresenta il primo passo per far emergere il reato di doping anche se solo a livello amministrativo e non penale.

Nell’ambito delle norme del codice penale si può considerare il: DPR 9 ottobre 1990, n. 309. Con tale decreto è stato approvato il « Testo Unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura, riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza». In questo modo (e già con la precedente legge 22 dicembre 1975, n. 685), l’uso e la somministrazione di sostanze vietate poteva essere ricondotta ad illecito penale, ai sensi della disciplina degli stupefacenti e delle sostanze psicotrope.

La carenza di legislazione antidoping in Italia viene colmata dalla Legge 14 dicembre 2000, n. 376 “Disciplina della tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il Doping”.
Secondo la Legge italiana n 376 14 dicembre 2000, art 1 comma 2: “Costituiscono doping la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti”.
Con l’attuale normativa vengono introdotte disposizioni a carattere penale che precedentemente non erano presenti: infatti, l’art 9 comma 1 recita testualmente “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni e con la multa da lire 5 milioni a lire 100 milioni chiunque procura ad altri, somministra, assume o favorisce comunque l’utilizzo di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive, ricompresi nelle classi previste all’articolo 2, comma 1, che non siano giustificati da condizioni patologiche e siano idonei a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo, al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, ovvero siano diretti a modificare i risultati dei controlli sull’uso di tali farmaci o sostanze. La legge prevede un aumento della pena (art 9 comma 3) se:

a) se dal fatto deriva un danno per la salute;

b) se il fatto è commesso nei confronti di un minorenne;

c) se il fatto è commesso da un componente o da un dipendente del CONI ovvero di una federazione sportiva nazionale, di una società, di un’associazione o di un ente riconosciuti dal CONI.
Inoltre la legge prevede che all’art. 9:

Comma 4. Se il fatto è commesso da chi esercita una professione sanitaria, alla condanna consegue l’interdizione temporanea dall’esercizio della professione.

Comma 5. Nel caso previsto dal comma 3, lettera c), alla condanna consegue l’interdizione permanente dagli uffici direttivi del CONI, delle federazioni sportive nazionali, società, associazioni ed enti di promozione riconosciuti dal CONI.

Comma 6. Con la sentenza di condanna è sempre ordinata la confisca dei farmaci, delle sostanze farmaceutiche e delle altre cose servite o destinate a commettere il reato.

Comma 7. Chiunque commercia i farmaci e le sostanze farmacologicamente o biologicamente attive ricompresi nelle classi di cui all’articolo 2, comma 1, attraverso canali diversi dalle farmacie aperte al pubblico, dalle farmacie ospedaliere, dai dispensari aperti al pubblico e dalle altre strutture che detengono farmaci direttamente, destinati alla utilizzazione sul paziente, è punito con la reclusione da due a sei anni e con la multa da lire 10 milioni a lire 150 milioni. Con l’attuale normativa l’atleta è responsabile delle proprie azioni, l’ignoranza non è consentita, è tenuto a conoscere le sostanze di cui fa uso.

Decreto 3 feb 2006 (GU n. 37 del 14-2-2006)
Revisione della lista dei farmaci, delle sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e delle pratiche mediche, il cui impiego è considerato doping, ai sensi della legge 14 dicembre 2000, n. 376.


Aspetti medico-legali della responsabilità

Il tema della responsabilità in fatto’ di uso o spaccio di doping è estremamente delicato e non può essere affrontato in termini generali (Cingolati 2001). Infatti, ogni episodio costituisce un caso singolare, da analizzarsi individualmente, distinguendo inoltre i casi dello sport di vertice da quelli amatoriale.
A titolo di esempio, si cita una sentenza della Corte di Cassazione che con l’ordinanza n 11277/02 del 20/3/2002 ha disposto l’annullamento di arresto nei confronti di uno spacciatore di nandrolone,  reo di aver venduto dieci fiale fuori dai canali consentiti per la somministrazione agli atleti. L’attuale normativa 376/2000 non punisce lo spaccio di sostanze dopanti nel mercato clandestino se manca la prova che la vendita è finalizzata ad alterare i risultati delle competizioni sportive. Questo comporta l’esclusione dalla punibilità di coloro che accedono a pratiche dopanti o comunque ad assunzioni di sostanze proibite e dannose per la salute pur non svolgendo attività agonistica come ad esempio i frequentatori di palestre.

FONTE: Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul Doping e per la tutela della salute nelle attività sportive.