L’abuso di agenti anabolizzanti, di integratori alimentari e di altre sostanze proibite non è un fenomeno confinato solo al mondo sportivo olimpico e professionistico, ma esso costituisce un problema che coinvolge anche gli sportivi amatoriali e una larga parte della popolazione internazionale, specialmente adolescenti e giovani adulti.
“…l’appetito per queste sostanze fu creato per la fissazione sociale della vittoria e dell’apparenza fisica: un bambino non crede in modo innato che un fisico muscoloso è desiderabile, tuttavia la nostra società insegna questo; similmente i bambini giocano una partita per divertimento, ma la società predica l’importanza della vittoria sempre più in giovane età…”. La nostra è una cultura che si sviluppa soprattutto sulla competizione e che considera come unico scopo veramente utile di questa la vittoria. Con questi presupposti diventa facile credere che una persona, nella vita e nelle competizioni, dovrebbe vincere ad ogni costo ed in tutti i sensi: quindi il doping assume il significato di un comportamento molto razionale, dove il fine, ossia la vittoria, giustifica i mezzi, cioè l’uso di agenti anabolizzanti e altre sostanze (Yesalis e collaboratori, 2000).
Diversi studi (Erdman e collaboratori, 2006; Striegel e collaboratori, 2006; Lippi e collaboratori, 2004; Somerville e collaboratori, 2005; Sundgot-Borgen e collaboratori, 2003; Baylis e collaboratori, 2001) a livello internazionale hanno osservato che circa il 25% degli atleti può essere coinvolto nel doping; mentre il 50-90% degli sportivi, sia atleti professionisti che amatoriali, dichiara di consumare regolarmente e per lungo tempo alcuni integratori alimentari, che spesso vengono anche impiegati in modo tale da superare le dosi consigliate secondo la credenza che “…se una dose è buona, dieci o più devono essere meglio…”; inoltre è stato osservato che circa il 50-79% (Erdman e collaboratori, 2006; Sundgot-Borgen e collaboratori, 2003) degli allenatori e diversi fisioterapisti, malgrado la limitata competenza nutrizionale, raccomanda agli atleti l’uso di specifici integratori alimentari.
Purtroppo la letteratura scientifica non ha ancora pienamente esaminato le ragioni che spingono a questo abuso, anche se questo tipo di informazioni risulta fondamentale per effettuare ogni sforzo diretto alla comprensione e alla prevenzione di questo comportamento.
Alcuni studi (Erdman e collaboratori, 2006; Striegel e collaboratori, 2006; Corrigan e collaboratori, 2003; Sundgot-Borgen e collaboratori, 2003; Radovanovic e collaboratori, 1998; Hurst e collaboratori, 2000) hanno osservato che le ragioni comunemente citate dagli sportivi o dagli atleti amatoriali per l’uso di agenti anabolizzanti, integratori alimentari e altre sostanze proibite sono:

• per accrescere e migliorare la prestazione sportiva,
• per aumentare l’energia disponibile per affrontare le grandi richieste del duro allenamento e della competizione,
• per migliorare la fase di recupero dopo l’esercizio,
• per migliorare il proprio aspetto fisico con la perdita di peso e l’aumento della massa muscolare,
• per l’influenza di allenatori, familiari, amici, fisioterapisti, medici sportivi e compagni di allenamento,
• per la convinzione che anche gli altri (i compagni di squadra e gli avversari) usino il doping,
• per superare l’ansia e lo stress,
• per acquisire sicurezza nei propri mezzi,
• per compensare una dieta inadeguata o prevenire le deficienze nutrizionali,
• per prevenire le malattie.

Dunque la pratica all’abuso di sostanze illecite appare strettamente collegata allo sforzo della ricerca della perfezione, nel tentativo di produrre costantemente la migliore prestazione sportiva. (Mendoza, 2002).
Choi e collaboratori (2002) individuano nella determinazione a migliorare il proprio aspetto fisico, la spia più frequente di una sindrome comportamentale, nota come sindrome da dismorfofobia, che si presenta sotto forma di una mancata accettazione delle sembianze del proprio corpo per una percezione distorta della propria immagine. Gli uomini affetti da tale sindrome si sentono piccoli e deboli quando, al contrario, sono grandi e muscolosi; le donne invece si sentono flaccide e grasse quando, in realtà, sono magre e muscolose.
Wroblewska (1997) evidenzia come, tra uomini e donne, siano ben diverse le motivazioni che inducono all’uso di sostanze dopanti e in particolare gli steroidi anabolizzanti (AAS). Se le donne infatti ne fanno una questione di “bellezza” estetica e aspetto longilineo, per gli uomini diventa un discorso di prestazione atletica, di forza e di potenza muscolare. La stessa Autrice al riguardo, affrontando il problema della dismorfofobia in giovani atleti che facevano uso di steroidi anabolizzanti, invita a riflettere sulle possibili cause che inducono all’uso di tali sostanze. L’autrice pone l’accento sulle possibili influenze ambientali esterne come la ricerca esasperata dell’aspetto fisico perfetto, il sentirsi bene con il proprio corpo, la percezione di avere successo grazie al proprio corpo, il preoccupante dilagare di programmi televisivi o videogiochi che esaltano sempre più il concetto di apparire. Inoltre, accanto a tali problematiche che ogni individuo filtra nella vita quotidiana, l’Autrice richiama l’attenzione sulle possibili cause psicologiche, che possono determinare l’uso e l’abuso di sostanze dopanti. Analizzando il caso particolare dell’impiego di steroidi anabolizzanti (AAS), l’Autrice propone il fisico come sede non solo dell’aspetto, ma proprio dell’identità di una persona e, in quanto tale, strumento di relazione sociale. Una cattiva percezione di se stessi ed un senso di inadeguatezza, determinati dall’avere un fisico non proprio perfetto (ad esempio eccessiva magrezza, bassa statura, ridotta massa muscolare, ecc.), possono essere fattori determinanti nella dedizione alla pratica sportiva e nel ricorso a sostanze illecite, per agevolare il percorso. Tutto questo, inoltre è continuamente enfatizzato ed amplificato dai mass-media che presentano esempi di individui per i quali il binomio aspetto fisico-successo è diventato sinonimo di contratti, lavoro, denaro, sponsors. La necessità di costruirsi una identità sociale e la percezione del proprio corpo come strumento di individualità cominciano a delinearsi fin dall’adolescenza. Crescendo e sviluppando la propria identità e il proprio corpo, gli adolescenti tendono a legare il benessere psicologico, il successo tra i coetanei e il ruolo del gruppo al loro aspetto fisico. Il desiderio di primeggiare e di apparire prestanti è determinante nell’approccio adolescenziale all’uso di steroidi anabolizzanti (AAS).

Oltre ai fattori psicosociali menzionati, come il raggiungimento del successo atletico, il riconoscimento sociale e l’aumento della fiducia in sé stessi attraverso il miglioramento della forma fisica, è stato osservato (Sriegel e collaboratori, 2002) che anche gli aspetti finanziari giocano un ruolo essenziale. L’aumentata commercializzazione legata alle competizioni sportive e gli abbondanti guadagni realizzati in pochi anni dagli atleti rendono questi ultimi incapaci di resistere a questi incentivi finanziari e quindi essi cercano di aumentare le loro capacità ricorrendo al doping per accrescere le loro prestazioni. Tutto questo ha scardinato i principi etici di base dello sport quali la correttezza e le uguali opportunità.
                        Dunque, lo sport ha perso di vista la capacità di muoversi all’interno di fermi e durevoli principi etici, cioè quelli di una sana competizione che aspira ad una attività sportiva libera da sostanze, ma ha assunto, invece, la tendenza a muoversi secondo le regole dell’utilitarismo, che persegue il raggiungimento del maggior beneficio per il maggior numero di persone. Tutto ciò permette alla forza della maggioranza di violare la minoranza (Verroken, 2001). Nel mondo sportivo la maggioranza viene ad essere rappresentata dalla squadra, dagli amministratori, dagli sponsor, dai tifosi, dalla nazione di appartenenza, elementi che spingono tutti fortemente verso la vittoria e quindi ai connessi interessi sociali e finanziari. Per far fronte a questa pressione e soddisfare il suddetto criterio, gli atleti hanno dunque bisogno di prendere “scorciatoie” per essere altamente efficienti da un lato, mentre dall’altro gli allenatori e i medici sportivi ne compromettono la salute offrendo loro agenti anabolizzanti, integratori alimentari e altre sostanze proibite invece della loro professionale competenza. L’utilitarismo può essere considerato, quindi, come la giustificazione al doping isitutuzionalizzato, come precedentemente accaduto nella vecchia Germania dell’Est (Franke e collaboratori, 1997).
La suddetta giustificazione appare avvalersi anche del supporto di una particolare corrente di pensiero della medicina sportiva che definisce lo stress atletico estremo come una condizione di fisiologia patologica, “…una sorta di breve malattia sperimentale a livello della fisiologia cellulare…”. Dunque, una diagnosi di stress atletico potrebbe giustificare le ambizioni terapeutiche di alcuni medici, le quali sarebbero in netto contrasto con le regole dell’antidoping (Hoberman, 2002).
Un discorso a parte merita il fenomeno del doping riscontrato tra gli adolescenti, in merito al quale in letteratura viene riportato un uso del 3-12% di steroidi anabolizzanti (Laure e collaboratori, 2005; Lippi e collaboratori, 2004; Yesalis e collaboratori, 2000; Laure e collaboratori, 1999; Mottram, 1999; Radovanovic e collaboratori, 1998) e un uso del 2-47% di integratori alimentari (Erdman e collaboratori, 2006).
Le ragioni che spingono gli adolescenti all’uso di sostanze dopanti li dividono in due gruppi: quelli che sono dediti all’abuso per il desiderio di migliorare l’aspetto fisico o per accrescere la prestazione sportiva, e quelli che invece usano le sostanze proibite con altre motivazioni (perché è divertente provare, per inebriarsi, per diventare più coraggiosi o perché gli amici fanno così). Gli adolescenti che non fanno uso di doping per migliorare l’aspetto o la prestazione sportiva appaiono avere molto in comune con l’uso di alcool, tabacco e altre sostanze psicotrope, ed inoltre presentano forti correlazioni con problematicità legate all’ambiente familiare ed all’ambiente scolastico. (Yesalis e collaboratori, 2000; Kindlundh e collaboratori, 1999).
I principali fornitori degli adolescenti sembrano essere i compagni di squadra e gli amici, seguiti poi dai loro allenatori, dal medico di famiglia e dai loro genitori; oltre queste figure un’altra fonte importante, e facilmente accessibile, sembra essere il mercato nero (Laure e collaboratori, 2005).
Un fenomeno particolare riguarda la probabilità che una piccola parte  di questi giovani sportivi venga sedotta all’uso di queste sostanze con argomenti che riguardano il miglioramento della prestazione e la capacità di combattere l’ansia, la fatica e il dolore durante l’attività sportiva da intraprendenti commercianti di sostanze illecite. Questo tipo di comportamento, che risulta abbastanza diffuso, può essere considerato come una sorta di manipolazione e la maggior parte degli adolescenti non si accorge di averlo subito. Circa la metà di loro non parla di questo con i propri genitori. I seduttori, di cui gli adolescenti si fidano, non scelgono un soggetto a caso, ma individuano specialmente i giovanissimi atleti di alto livello che non sono soddisfatti delle loro prestazioni. Queste persone manipolatrici danno informazioni incomplete sui prodotti con discorsi molto convincenti, sottolineando solo gli aspetti positivi senza dare nessuna informazione che riguarda gli effetti collaterali. Tutto ciò, ovviamente, non permette agli adolescenti di prendere una decisione libera, informata e consapevole (Laure e collaboratori, 2005).
Dunque il raggiungimento dei successi atletici, il desiderio degli adolescenti di migliorare l’aspetto fisico e soprattutto gli aspetti finanziari appaiono essere le principali ragioni che si nascondono dietro l’uso del doping.
E’ necessaria quindi una profonda revisione delle regole che interessano il mondo dello sport affinché esso sia in linea con gli sviluppi della scienza e della società.
Alcuni potrebbero sostenere che le attitudini e i valori relativi allo sport e all’apparenza fisica sono così profondamente radicati nella nostra società per poter cambiare. Questo potrebbe essere così nello sport elitario, dove sono coinvolti forti interessi economici. Tuttavia un serio e sereno controllo dei tratti competitivi e narcisistici all’interno della nostra società, potrebbe essere in grado di ridimensionare il fenomeno dell’abuso di agenti anabolizzanti, di integratori alimentari e di altre sostanze proibite nella popolazione in generale e soprattutto tra gli adolescenti. (Yesalis, 2000).

FONTE: Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul Doping e per la
tutela della salute nelle attività sportive.