Cos’è il doping


Definizione del termine doping

L’excursus storico del termine “doping” nel panorama storico internazionale ha origine negli anni ’60 e percorre le seguenti tappe fondamentali:

  • 1963. Prima definizione ufficiale di      “doping” (Strasburgo): il Comitato Europeo per l’educazione      extrascolastica utilizza tale termine per indicare la “ingestione o l’uso di sostanze non biologiche,      in forma o per via anormale, da parte di individui sani, con il solo scopo      di migliorare artificialmente e slealmente la propria prestazione in vista      di una gara”;
  • 1964. Dalla conferenza internazionale      sul doping di Tokio emerge la seguente definizione: “Il doping è la somministrazione ad un atleta, o      l’uso da parte sua, di qualunque sostanza estranea al corpo o di qualunque      sostanza fisiologica presa in quantità anomala o attraverso vie anomale di      ingresso nel corpo, con l’unica intenzione di accrescere in modo      artificiale e sleale, la propria prestazione in gara”;
  • 1967. Il Comitato dei Ministri del      Consiglio d’Europa approva la Risoluzione n. 12 relativa al «Doping negli      atleti» con la quale definisce doping “la      somministrazione ad un soggetto sano o      l’utilizzazione da parte dello stesso, per qualsiasi mezzo, di sostanze estranee      all’organismo o di sostanze fisiologiche in quantità o per via anomale, e ciò al solo scopo      di influenzare artificialmente ed in modo sleale la prestazione sportiva di detto      soggetto in occasione della sua partecipazione ad una competizione”;
  • 1989. La Convenzione Europea contro il doping nello sport,      siglata da 15 stati, definisce “doping      nello sport la somministrazione negli sportivi o l’uso da parte di questi      ultimi di classi farmacologiche di agenti di doping o di metodi di doping”;
  • 4 Febbraio 1999.       A Losanna (Svizzera), nel corso della World Conference on Doping in Sport riunitasi      dopo gli eventi che avevano funestato il ciclismo nell’estatedell’anno      precedente, approva la “Lausanne Declaration on Doping in Sport”. La novità      assoluta della Dichiarazione di Losanna è rappresentata dallaadozione del      Codice Anti-doping e dalla istituzione di un organismo mondiale per la      lotta al doping: la WADA;
  • 1 Gennaio 2004. La WADA emana il nuovo      regolamento antidoping. La prima novità del nuovo codice antidoping WADA è      la nuova definizione di doping più restrittiva e più definita: “Con il termine doping si intende il verificare      di uno o più violazioni      previste dal Regolamento dell’Attività antidoping”. Viene      pertanto sanzionato anche solo “la      presenza di una sostanza vietata, dei suoi metaboliti e dei suoi markers”. Spetta allo sportivo      assicurarsi che nessuna sostanza vietata (metabolici o markers) penetri nel suo organismo.

Origine del termine doping

L’analisi etimologica del termine “DOPING” risulta piuttosto incerta e dibattuta, dal momento che alcuni autori ne trovano le radici linguistiche nel fiammingo, altri nel linguaggio sudafricano e altri ancora nell’inglese:

  • L’origine fiamminga viene      ritrovata nel termine “DOOP”, che significa mistura, miscela,      poltiglia;
  • Nel linguaggio sudafricano il      termine “DOPE” viene associato ad una bevanda alcolica      stimolante usata come stimolante nelle danze tribali e nei riti      primordiali;
  • In inglese, il termine “DOPE”,      viene usato per indicare una sostanza densa, liquida, lubrificante;
  • Nello slang americano, “DOPE”      assume il significato di sostanza stupefacente (e questo contribuirebbe a      spiegare perché spesso si tende, in maniera impropria, ad assimilare il      doping all’uso di sostanze stupefacenti).

Storia del doping

Per rintracciare le origini del fenomeno doping, è necessario risalire all’antica Grecia: da quell’epoca in poi, il doping ha sempre affiancato, con più o meno clamore, la storia dello sport. Di seguito si riporta uno schematico excursus, in cui sono stati riassunti gli avvicendamenti e le date più significative del fenomeno doping nello sport. A partire dall’800 a.C. i Greci introdussero nel loro stile di vita la pratica sportiva, finalizzando la performance atletica all’addestramento bellico.

Nelle Olimpiadi del 668 a.C. gli atleti assumevano sostanze stimolanti mescolate agli alimenti e alle bevande. In particolare, gli atleti greci mangiavano funghi allucinogeni.                         Tracce storiche risalenti al terzo secolo a.C., testimoniano l’utilizzo di alcuni infusi di funghi applicati localmente come impacchi, a scopo più stimolante che curativo o lenitivo (Ippocrate suggeriva di bruciare funghi secchi sul fianco sinistro degli atleti per aumentarne la reattività). Inoltre, tra gli atleti greci (e anche tra quelli aztechi) era diffusa l’abitudine di mangiare grandi quantità di carne, tra cui testicoli di toro e cuore umano prima delle gare. Il ricorso a sostanze che forniscono aggressività e coraggio e che aiutano a sopportare la fatica e gli sforzi era molto diffuso anche tra le popolazioni vichinghe ed andine. Dal 400 a.C., lo sport ellenico divenne un fenomeno assai diffuso: coinvolgeva la popolazione, richiamava un grande numero di spettatori, e aveva un ruolo simile, se non superiore, a quello che riveste nella società contemporanea. Incentivata anche da ingenti premi pecuniari (Afrodisia nel II secolo d.C. stese una tabella dei premi pecuniari destinati ai vincitori che partiva dalle 500 dracme per il pentathlon alle 3000 del pancrazio; per comprendere quanto ingenti fossero questi premi, è sufficienti confrontarli con la paga annua di un soldato pari a 225-300 dracme l’anno). Si sviluppò in maniera prepotente una categoria di “atleti professionisti” che, secondo gli scritti dell’epoca, assumeva ogni sorta di sostanza al fine di migliorare la prestazione, nell’intento di primeggiare. Era, infatti, pratica consueta l’assunzione di bevande a base di frutta fermentata ad elevata gradazione alcolica, di decotti di segale contaminata dalla Claviceps Purpurea (bevanda dall’effetto allucinogeno per la presenza di specifici alcaloidi) o di decotti di molte altre piante.

La prima vera e propria frode sportiva è narrata dallo storico Pausania: nel 388 a.C. il gruppo di Eupolo di Tessaglia, giovane pugile, decise di controllare lo svolgimento della gara di pugilato attraverso la compravendita di ben tre atleti. Nonostante l’operazione fosse stata architettata nei minimi dettagli, la notizia giunse al comitato olimpico che, accertato il fatto, sanzionò il giovane atleta. Le sanzioni previste ai quei tempi erano solo di natura economica, non vi era, infatti come succede oggi, la cancellazione dall’albo dei vincitori. In un contesto di profonda corruzione dell’ambiente sportivo (altra pratica d’antisportività che veniva praticata nell’antichità era quella dei tiranni delle città greche che erano disposti pagare somme ingenti agli atleti che fossero disposti a dichiararsi nativi delle loro città) e di forti ingerenze politiche attuate nei confronti dello sport ellenico da parte dei governanti, si determinò la fine delle Olimpiadi antiche. In seguito al decadimento della civiltà ellenica l’eredità sportiva dei Greci fu raccolta dai Romani, per i quali lo sport rivestì un ruolo sociale altrettanto fondamentale. L’attività sportiva dei romani, però, differiva notevolmente da quella dei greci: gli spettatori romani erano più attratti dalle gare di bighe e dai combattimenti dei gladiatori. Per tale motivo, il loro doping fu più “limitato” e diretto principalmente ai cavalli (somministrazione di stimolanti) e ai gladiatori (somministrazione di allucinogeni).

Plinio il Vecchio riporta che gli atleti romani digiunavano per 24 ore e poi nei 3 giorni precedenti la gara bevevano decotto di asperella. Facendo un salto di parecchi secoli, con l’avvento dell’era industriale, si crearono le basi per la nascita dello sport moderno. L’urbanizzazione, la nascita delle associazioni sportive, il progresso tecnologico e la costruzione d’infrastrutture idonee, furono i presupposti per la nascita dello sport inteso in senso moderno. Il forte interesse popolare e la nascita di interessi commerciali attorno agli eventi sportivi contribuirono alla rinascita del professionismo sportivo. Alla fine dell’800 lo sport riconquistò un ruolo fondamentale nella società, analogamente a quanto avveniva in quella greca ed in quella romana. Contemporaneamente alla ripresa significativa delle competizioni sportive (In particolare, nel 1896, furono reintrodotte le moderne olimpiadi, per merito del barone De Coubertin), si assistette alla ripresa della pratica del doping: gli atleti assumevano sostanze zuccherine, caffè, alcool ma anche stricnina e nitroglicerina, che potevano sortire effetti collaterali talora gravemente invalidanti, se non addirittura mortali.

Verso la fine del 1800, ciclisti europei assumevano eroina, cocaina e altre sostanze eccitanti. Nel 1865 venne riportato per la prima volta in una rivista scientifica (BMJ) un caso di doping (un nuotatore espulso da una gara ad Amsterdam). Nel 1886 venne documentata la prima morte conosciuta per doping: un ciclista gallese (Arthur Linton) dopo assunzione di trimetil alla Parigi-Bordeaux. Nel ventesimo secolo, lo sport diviene un affare sia per i gestori degli eventi sia per i praticanti: la prestazione sportiva a tutti costi diventa un imperativo e la vecchia pratica del doping ellenico e romano ritorna in auge con il supporto delle moderne conoscenze scientifiche. Il vincitore della maratona nelle Olimpiadi di Atene del 1904, Thomas Hicks, aveva assunto solfato di stricnina e brandy durante la gara.

Nel 1908, nella maratona olimpica di Londra, il fornaio italiano Dorando Pietri, aveva assunto stricnina prima della gara: condusse la gara con grande vantaggio finchè al giro finale del White City Stadium, accusò una grave crisi di affaticamento, vacillò più volte, ma riuscì a tagliare il traguardo sorretto da alcuni giudici. Successivamente gli arrivò la squalifica e l’annullamento della vittoria, ma non per l’uso di stricnina, bensì per l’aiuto avuto dai giudizi. Il vincitore dei 100 metri di atletica nelle Olimpiadi del 1920 aveva bevuto sherry con uova crude prima della gara. Un vero e proprio incremento significativo di atleti che usavano tali sostanze venne registrato nel secondo dopoguerra, intorno al 1950, quando la consuetudine di assumere anfetamine si trasferì dai militari impegnati sui fronti di guerra, agli sportivi. In realtà, l’autosomministrazione era più un evento estemporaneo che sistematico, accadendo soprattutto in concomitanza di gare importanti ed impegnative, oppure era abitudine di pochi atleti professionisti o semiprofessionisti, sovraccaricati da impegni frequenti ed estenuanti.

Fu proprio a partire dagli anni ’50 che cominciarono a proliferare aneddoti di ciclisti che improvvisamente non vedevano più le curve della strada o che dopo alcune gare non dormivano per diverse notti. Nel 1949 si ebbe la morte del ciclista Alfredo Falzini alla Milano-Rapallo per assunzione di simpamina. Le Olimpiadi di Helsinki del 1952 segnano, probabilmente la data d’inizio dell’uso degli anabolizzanti. Ai Campionati del Mondo di sollevamento pesi a Vienna (1954), gli atleti sovietici, imbottiti di testosterone fecero incetta di medaglie d’oro. Come risposta all’uso di ormoni sessuali maschili da parte dei sovietici, negli anni ’50, gli americani sviluppano diversi steroidi anabolizzanti (il primo fu il metandrostenolone, Dianabol®, messo a punto dal Dr. Ziegler). Nel 1956, durante le Olimpiadi di Melbourne, il mondo sportivo prese coscienza della diffusione del fenomeno doping, con il suo bagaglio di corruzione e danni fisici per gli atleti. Nel 1960 il Consiglio Europeo, promosso da più di venti Nazioni, prese formalmente atto dell’esistenza del problema doping, emanando una risoluzione che dichiarava illegale l’uso di sostanze per migliorare la prestazione sportiva. Verso la fine dello stesso anno fecero la loro comparsa sulla scena sportiva i primi test antidoping. Nelle Olimpiadi del 1960 a Roma, un ciclista danese, Kurt Jensen, morì per avere usato amfetamine. Nel 1967 al Tour de France morì, scalando il Mont Ventoux, il ciclista inglese Tommy Simpson (sotto l’occhio della televisione): il decesso, attribuito all’effetto di anfetamine e grande caldo, fece emergere alla ribalta delle cronache e all’attenzione del grande pubblico il problema connesso con l’uso di sostanze potenzialmente mortali da parte degli sportivi. Nel 1968 si verificò la morte del calciatore francese Jean-Louis Quadri sempre per assunzione di amfetamine. In quegli stessi anni giungevano, dai paesi dell’Est Europa, notizie sull’impiego di sostanze che in poco tempo erano in grado di aumentare a dismisura la resa muscolare: la voce era alimentata anche dalla constatazione che nelle competizioni più importanti, come le Olimpiadi, gli atleti dei paesi dell’Est dominavano, portando nell’Atletica leggera, soprattutto nelle gare di lancio (peso, giavellotto, ecc.) le misure dei record mondiali a valori strabilianti per quei tempi.

Negli anni seguenti, la Francia promulgò una legge per rendere illegale l’uso di sostanze dopanti nello sport (legge n° 65.412/1963), cui si ispirò il governo belga, promulgando una legge dai medesimi contenuti. Nel 1968, alle Olimpiadi di Città del Messico, il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) pubblicò la prima lista delle sostanze proibite, lista che, con periodiche ed opportune revisioni, è ancora attualmente in vigore. Il culmine della diffusione del doping tra gli atleti di livello superiore e di fama internazionale, che la memoria ricordi dal tempo delle Olimpiadi e dei giochi romani, lo si raggiunse alla fine degli anni ’70. Il fenomeno divenne eclatante e si manifestò in molti sportivi: soprattutto nelle donne che assumevano forti dosi di anabolizzanti, i tratti somatici si trasformavano diventando decisamente mascolini. Quando ci si accorse della ampia diffusione del doping tra gli atleti famosi, ci si rese conto anche di quanto diffuse fossero in tutto il mondo, specialmente nei cosiddetti sport di forza, queste pratiche illecite e quanto potessero essere gravemente pericolose. Nuovamente iniziarono a circolare e a diffondersi notizie di gravi patologie, soprattutto forme tumorali, conseguenti a prolungati periodi di assunzione di sostanze ormonali. Con l’avvento di nuove tecniche di indagine di laboratorio nei primi anni ’80, i test anti-doping nel mondo dello sport agonistico aumentarono di numero e di qualità, senza tuttavia debellare definitivamente il fenomeno. Con la caduta del muro di Berlino (1989), l’occidente poté venire a conoscenza di ciò che realmente era accaduto per decenni agli atleti dei paesi del blocco sovietico, come la Germania Est e la Russia. Agli inizi degli anni ’90, infatti, le autorità della Germania unificata scoprirono i files con i nomi degli oltre 10.000 atleti della Germania dell’Est che avevano ricevuto sostanze dopanti come parte di un piano governativo segreto. I governanti, infatti, avevano sostanzialmente imposto, per scopi di propaganda politica e per rinforzare il sentimento popolare nazionalistico e antioccidentale attraverso le vittorie sportive, il doping di stato. In questo modo, giovanissimi atleti di tutte le età dovevano assumere ormoni anabolizzanti, farmaci e tutto ciò che potesse servire allo scopo di vincere le competizioni internazionali, senza badare agli effetti collaterali a breve e a lungo termine.

Purtroppo, anche nei paesi occidentali, l’assunzione di ormoni anabolizzanti era dilagata a tal punto da diventare un passo obbligato di molti sportivi, specialmente tra i cultori del bodybuilding: negli anni ’70-’80, infatti, tra i pesisti l’utilizzo di anabolizzanti si configurava come una sorta di rito. Mentre gli anabolizzanti venivano utilizzati per aumentare la massa muscolare, negli sport di resistenza ci si rivolgeva a sostanze e a metodiche capaci di influenzare la durata dello sforzo, intervenendo soprattutto sulla massa sanguigna. Tra i fondisti dello sci e dell’atletica e tra i ciclisti si diffuse la pratica delle autoemotrasfusioni con sacche di sangue, prelevato durante i periodi di riposo, le quali venivano tenute in frigorifero e trasfuse durante i periodi di attività agonistica: comparvero così un po’ ovunque le centrifughe e altri macchinari adatti sia per lavorare il sangue che per controllare i valori dell’ematocrito. L’edonismo sportivo della fine degli anni ’80 e dei primi anni ’90 portò ad enfatizzare gli aspetti estetici degli atleti favorendo l’affermazione di canoni fisici di muscolarità. In linea con questa tendenza nelle palestre, si trovavano preparatori senza scrupoli pronti ad offrire, a chiunque lo volesse, facili ricette e mezzi più o meno consentiti per abbreviare i percorsi della fatica e per essere in linea con le mode. Questa pratica dilagò a tal punto che l’uso delle sostanze dopanti in questi ambienti superò di gran lunga la incidenza delle pratiche doping negli ambienti sportivi di alto livello. Con la commercializzazione dell’ormone della crescita, il GH, considerato dagli inesperti la panacea adatta ad ogni necessità e scopo, e definito, tra l’altro, principio “antinvecchiamento” perfetto, lo sport amatoriale fu travolto in una spirale consumistica di doping. La capillare diffusione di questa pratica è da imputare anche alle formidabili abilità di convincimento degli “spacciatori” che spingevano al consumo con la giustificazione che tanto non fa male. Il fenomeno si spinse a livelli estremi, al punto che moltissimi sportivi improvvisati, come i ciclisti della domenica, volendo strabiliare amici e parenti, facevano consumo regolare di ormoni e di altre sostanze dopanti, finendo con l’essere trovati positivi ai controlli a sorpresa. Negli anni ‘90 furono talmente tanti i casi positivi tra gli sportivi di basso livello, che neppure i giornali se ne occuparono più.

Allo stato attuale, il mercato del doping a livello mondiale è di tale vastità che è impossibile citare singoli episodi. L’aspetto più preoccupante del doping odierno è il livello di sofisticazione raggiunto dai preparati, in grado di mettere in difficoltà i più moderni metodi di controllo. Questi a loro volta, hanno mostrato negli ultimi anni molti limiti, legati non solo alla difficoltà di rilevabilità analitica delle sostanze, ma anche dovuti anche a legislazioni non omogenee tra gli stati e a discordanze di applicazione tra le diverse federazioni sportive. Nel frattempo però lo sport piange i suoi morti: pochi sono i nomi famosi emersi alla ribalta delle cronache, come quello di Pantani ma molti, moltissimi, sono gli sconosciuti che perdono la salute e talvolta la vita per colpa di abusi che ancora troppo spesso non vengono considerati nella loro reale pericolosità.


Doping del futuro: doping genetico

Un particolare tipo di doping si sta affacciando sul mondo sportivo internazionale, soprattutto a livelli di vertice: Il doping genetico. L’introduzione delle biotecnologie e dell’ingegneria genetica nello sport, o addirittura lo sport come laboratorio di sperimentazione di nuovi prodotti e protocolli di manipolazione genetica sono aspetti di assoluta importanza nella lotta al doping. Infatti, è estremamente attuale, sia dal punto di vista culturale che pratico, la realizzazione di doping genetico, attraverso la manipolazione del DNA, allo scopo di potenziare le funzioni fisiologiche degli atleti. Per meglio comprendere l’origine della relazione tra ingegneria genetica e sport si cita il caso di un atleta finlandese, Eero Mäntyranta che alle Olimpiadi invernali di Innsbruck del 1964, riuscì ad aggiudicarsi ben due medaglie d’oro nello sci di fondo (McCrory 2003). Il suo programma di allenamento era completamente differente da quello degli altri atleti. Aveva un netto vantaggio rispetto agli altri, essendo nato con una mutazione genetica che consentiva un aumento del trasporto dell’ossigeno da parte dei globuli rossi di circa il 25%-50%. La mutazione, eccezionalmente rara, che presentava l’atleta finlandese era nel gene che codificava per il recettore dell’eritropoietina (EPO) responsabile del controllo della massa cellulare dei globuli rossi. L’EPO, in seguito, fu commercializzata a scopi medici soprattutto per il trattamento farmacologico di anemie in pazienti con insufficienza renale cronica. Rapidamente, però, questa pratica fu introdotta nel mondo sportivo, ed in particolare nel ciclismo professionista, come ricordano le cronache relative al Tour de France del 1998. Un aspetto ancor più preoccupante è rappresentato dalla terapia genica germinale, una metodica che applicata alle cellule della linea germinale consente di trasmettere i propri effetti alla prole del soggetto trattato. Questo significherebbe accelerare per mano dell’uomo un processo di mutazione genetica che la natura percorre in millenni.

Una caratteristica del doping genetico, che dovrebbe far accrescere l’attenzione attorno al fenomeno, è data dalla difficoltà di essere individuato attraverso controlli antidoping. Infatti, i geni di sintesi sono di fatto identici a quelli endogeni ed il controllo potrebbe essere effettuato solamente conoscendo la sequenza esatta del DNA del gene specifico modificato. Inoltre, le iniezioni dirette di sequenze di DNA dell’ingegneria genetica sarebbero individuabili solamente su tessuto muscolare bioptico e non su campioni di sangue e urine. E’ evidente che una simile prospettiva deve destare allerta nel mondo dello sport e deve essere combattuta attraverso informazione, formazione ed educazione preventiva.
FONTE: Commissione per la Vigilanza e il Controllo sul Doping e per la tutela della salute nelle attività sportive.